Vinática, Rocio Molina

Teatro Villamarta, Jerez de la Frontera – 4 Marzo 2012
Vinática
Rocio Molina

Baile: Rocío Molina.
Cante: Jesús Méndez (artista invitado).
Guitarra: Eduardo Trassierra.
Palmas y compás: José Manuel Ramos ‘El Oruco’, Miguel Ángel Ramos ‘El Rubio’.
Idea, coreografía y dramaturgia musical: Rocío Molina.
Música original: Eduardo Trassierra.

Una sensazione meravigliosa quella di uscire dal Villamarta e respirare un appagante silenzio complice e riflessivo fra i partecipanti allo spettacolo di stasera. Poche parole e la consapevolezza di aver assistito al lavoro di una donna geniale, creativa e stracolma d’arte.

Quando entriamo alla ricerca del nostro posto in platea Rocio Molina è già in scena e ci volge le spalle. Vinatica, è il nome dell’ ottava creazione della bailaora malagueña. Due, tre uomini di volta in volta le si avvicinano per brindare con bicchieri di vino e voci fuori campo, non comprensibili, rendono l’intera visione surreale e onirica. A tutto questo concorre la poca illuminazione, in un chiaroscuro che sa di notturno e di psiche, assolutamente attinente al tema trattato.

Il vino, l’alcol, la sua ebrezza e la sua dipendenza è il tema della spettacolo che si svolge fra frammenti di Alegrías, Siguiriyas, Bulerías interpretate “a modo” di Rocio Molina, con il suo baile e la sua riconoscibilissima personalità di ballerina.

Il livello del baile, della chitarra e del cante è assolutamente straordinario, dove straordinario significa davvero fuori dall’ordinario. Un momento di unione fra la danza e il teatro che non sempre e non necessariamente albergano nello stesso posto, e che qui ogni volta si uniscono. E allora con un aire insistente di pesantezza e tristezza, alimentato da un oscurità che non da tregua, che non lascia scampo, oppressivo come un labirinto mentale, come un vizio, si arriva alla Zambra di Pepe Pinto danzata con una pandereta luminosa, suonata da Rocio che è a tutti gli effetti una visione di una danzarina di altri tempi, come fosse un folletto o uno dei personaggi del Faust di Goethe e lei grandiosa con suoi movimenti affascinanti e la tecnica surreale.

Uno spettacolo astratto nell’estetica e assolutamente toccante nella resa della sua tematica. Ora frenetica, ora totalmente distesa, fra le note di un grandissimo Eduardo Trassierra, motore musicale che da corpo e anima alla produzione. La scenografia si avvale di silhouette di persone, casse nere e poco altro; ognuno di questi oggetti è utilizzato come strumento musicale e parte delle danze; primi fra tutti i bicchieri di vino, roteati, pieni, vuoti, frantumati dalla ballerina stessa e utilizzati per produrre suoni diversi quando decide di danzarci sopra. E ancora si danza sull’eco…e por Siguiriyas e Liviana, un duetto demoniaco posseduto dalla ritmica che si svolge fra lei e il palmero a golpe de nudillos.

Lo spettacolo si conclude con una ballata di Chopin con la bailaora sospesa con una chilometrica cola nera con la quale aveva iniziato lo spettacolo, una cola che ci perseguita e che ci tiene legati a qualcosa, che la tiene in bilico sul bordo del palco fluttuando fra le prime file di spettatori fino al buio totale, lasciandoci con un effetto quasi ipnotico.

Credo che ogni spettatore, qui più che in altri casi, sia libero di interpretare questo spettacolo come meglio crede o come più affine alla propria persona poichè ha a che fare con un argomento con mille sfaccettature tanto delicato e tanto vicino ad alcuni e probabilmente ritenuto distante e incomprensibile per altri. L’alcol come liberazione e condanna.  Un discorso contorto e semplice insieme che scorre fra schizzi e colori del vino, fra crepucolo e notte. L’alcol di solito chiamato ad alleviare le nostre pene diventa inutile, non riuscendo a restituirci quella tanto bramata serenità. Altri avranno interpretato forse in altro modo. Roberto Fratini, drammaturgo dello spettacolo e professore di Teoria della danza presso l’Università di Pisa descrivendo lo spettacolo si e ci chiedeva “si beve per ricordare o per dimenticare?”.

Fra i tanti commenti di fronte al Villamarta ne citiamo uno in particolare di un artista spagnolo da anni in Italia, che in merito agli spettacoli di Rocio ha detto, d’istinto fumando una sigaretta con gli occhi proiettati verso il cielo notturno andaluso: “È come entrare in una casa degli anni 20 e trovare un televisore a colori”. Un’artista di fronte a sé stessa. Un grande talento, una grande arte che respiriamo tutti attraverso la sua danza ipnotica e individuale.

Las Tres con tres copas de rioja!

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