Elena Nena Busatto


Elena Busatto, in arte “La Nena”, nasce in provincia di Pordenone il 1° marzo 1996.
Entra nel mondo del ballo a 7 anni, quando inizia lo studio della danza modern-jazz, che coltiva per otto anni. Successivamente integra lo studio della danza contemporanea, classica e hip-hop con gli insegnanti Rita Gentile (danza modern-jazz e classica), Franco Favaro (danza contemporanea) ed Eva Marangone (hip-hop).
Nel 2007 si avvicina allo studio del baile flamenco con l’insegnante Claudia Cappella, che l’accompagna fino al 2009. La sua formazione prosegue grazie a numerosi stages occasionali con maestri tra i quali Elena Vicini, María José León Soto e Claudio Javarone.
Nel 2011 decide di dedicarsi esclusivamente al flamenco e si reca in Spagna con regolarità per approfondire i suoi studi. Prende lezioni da Rafaela Carrasco, Manuel Betanzos, Ángel Atienza, Leonor Leal, La Truco, Pastora Galván, Pilar Ogalla, La Lupi, Saray De Los Reyes, Patricia Guerrero e molti altri.
Nel 2018 si laurea in Scienze e Tecniche psicologiche all’università di Padova, scrivendo la tesi sulla relazione tra corpo ed emozioni e i benefici della danzaterapia. Successivamente si trasferisce a Siviglia, dove studia con i maestri Úrsula López, Alicia Márquez, Ana Morales, Adela Campallo e tanti altri.
Nel settembre 2019 viene ammessa al Conservatorio Superior de Danza “María de Ávila” di Madrid, dove attualmente continua a perfezionare la preparazione nel baile flamenco (principalmente con le insegnanti Rafaela Carrasco e Isabel Bayón), nella danza estilizada, in quella classica e contemporanea.

Nel 2009 riceve le prime borse di studio per il merito, assegnatele dal maestro Miguel Ángel Espino e dalla maestra María José León Soto.
Nell’aprile 2011 si classifica prima nella sua categoria (Alumnos júnior) nel 2° Concurso Nacional de baile flamenco Ciudad de Turín “Flamenco Puro”.
Nell’aprile 2013 secondo posto nella sua categoria (Solistas “in progress”) nel 3° Concurso Nacional de baile flamenco Ciudad de Turín “Flamenco Puro”. Riceve inoltre un premio speciale assegnato da Rafaela Carrasco.

Nel 2009 entra a fare parte del gruppo de “La Gitana Morena” di Sara Valentina Buttignol, con il quale approda con ruoli da solista in diversi teatri del Friuli Venezia Giulia.
Dal 2012 comincia a ballare in tablaos e locali italiani, mentre nel 2019 le prime esperienze nei tablaos sivigliani.
Nel gennaio 2014 realizza, con la collaborazione della collega Matilde Melanotte, lo spettacolo “Nacencia” che presentano a Vicenza. Nello stesso anno presentano lo spettacolo “Origen” al teatro G. Verdi di Maniago (PN). Tornano a Vicenza nel 2017 con “Volver”.
Nel 2015 entra a far parte del progetto della compagnia di musica e danza “Flamenquevive”, con la quale lavora per un paio di anni calcando numerosi teatri italiani, come il Michelangelo di Modena, l’Orazio Bobbio di Trieste, il Giuditta Pasta di Saronno (VA), il Bratuz di Gorizia, il Luigi Russolo di Portogruaro (VE) e l’Arena di Codigoro (FE).

Nel 2015 inizia anche la sua esperienza nell’ambito dell’insegnamento con il primo corso da lei tenuto a Pordenone. Nel 2016 diventa insegnante del gruppo di flamenco “Luz y Sombra” di Maniago, occupandosi anche della direzione artistica delle sue esibizioni. Nello stesso anno comincia a collaborare con altre scuole della regione e no, in cui svolge corsi con cadenza mensile.

Tutto è iniziato…
Ero in quinta elementare e ho dovuto accompagnare mia madre a lezione di flamenco. Non sapevo bene cosa fosse, ma di certo i dischi che lei portava a casa e accompagnavano i viaggi in macchina negli ultimi mesi non mi entusiasmavano. Però di quella sera ricordo il ritmo dei piedi e il movimento delle mani: non avevo mai visto niente di simile, non c’era niente di paragonabile nei corsi di danza che frequentavo. Anche io volevo ballare e suonare. Dovevo provarlo! Così ho fatto e non ho più potuto farne a meno.

Quando hai capito che il Flamenco sarebbe stato la tua professione?
Non l’ho mai “capito”, non è neanche mai stato né il mio obiettivo né la mia ambizione. Il Flamenco è una necessità, la mia tana sicura, un ponte tra il mio mondo interiore e quello esteriore. Se diventerà la mia professione, accadrà perché non lo potrò evitare. Se non lo diventerà, rimarrà componente fondamentale della mia persona.

Hai mai pensato di non farcela?
Penso continuamente di non farcela. Ma poi mi chiedo cosa significa per me farcela? In che condizioni sentirei di avercela fatta? E la mia risposta è che non c’è nessuna condizione che possa farmi sentire arrivata. Perché non c’è obiettivo, solo passione e necessità. Non voglio frustrarmi nel tentativo di diventare qualcuno, anche se a volte è difficile perché sento il peso delle aspettative delle persone che mi hanno vista crescere e tifano per me. In realtà per me è il percorso che conta. A rendermi felice è il poter camminare in una strada che non conosco e non mi interessa sapere dove porterà, perché è meravigliosa e soprattutto mi fa sentire straordinariamente viva.

Chi sono i tuoi punti di riferimento?
Sono stati diversi negli anni, ma alcuni rimangono per sempre. Elena Vicini è stata una persona fondamentale per me, Maestra di baile e di vita. Rafaela Carrasco, artista, professionista, Maestra e persona superiore. A livello artistico stimo molto Ana Morales. Ma soprattutto i miei punti di riferimento sono io e il mio “sentire”.

Quante ore alla settimana dedichi allo studio?
Sono stata sempre molto altalenante, soprattutto fino a un paio di anni fa. Passavo dai periodi estivi jerezani e sivigliani, in cui ballavo anche 25/30 ore a settimana, a non fare niente per mesi e mesi. Ora che sto frequentando il Conservatorio Superior de Danza “Maria de Ávila” studio 15/20 ore a settimana tra flamenco e altri stili di danza. Una cosa alla quale non ho mai rinunciato è l’ascolto di cante e guitarra, che dovrebbe valere come tempo di studio, ma sono inquantificabili.

Quanto ha influito il flamenco nelle tue scelte personali?
Mi è difficile dirlo perché non ho fatto “scelte per il flamenco” che non siano state “scelte per il bene di Elena”, non so se mi spiego. Non c’è scissione tra la Elena non flamenca e la Elena flamenca, tra parte umana e parte artistica. Certo, al flamenco ho dedicato ore, energie, passione, viaggi, week- end, vacanze estive… E se non lo avessi avuto, la mia vita sarebbe stata diversa, io sarei diversa. Ma le mie scelte nel tempo hanno sempre avuto più a che vedere con chi sono come individuo e cosa desidero come persona. Non ho vissuto niente come un’influenza del flamenco sulle mie scelte personali, bensì tutto come scelte personali. A parte l’ultimo anno a Madrid, in cui sento che sto sacrificando molte cose per un’ambizione derivante dal flamenco. Infatti vediamo quanto resisto.

Se tornassi indietro quali sono le cose o le scelte che non rifaresti?
Forse non resterei in Italia una volta finite le scuole superiori. Mi chiedo spesso quanto avrei guadagnato a livello formativo, se fossi partita qualche anno prima, quante possibilità mi sono preclusa. Forse tante, forse nessuna, chi lo sa. In quel momento ero troppo fragile e vulnerabile per poter affrontare la vita lontana dai miei affetti, quindi andava e va bene così.

Qual è stata, se c’è stata, la più grande difficoltà che hai incontrato per raggiungere i tuoi obiettivi di artista?
La sfiducia in me stessa, l’insicurezza e la paura.

Quali sono le tue inquietudini d’artista? Cosa ti fa salire l’ispirazione?
Le emozioni e le sensazioni che la vita regala nel quotidiano, la musica e l’insonnia.

Tecnica ed espressività. Che cosa viene prima?
Sicuramente dipende dagli obiettivi di ognuno. Per me in assoluto viene prima la tecnica, perché ci dà gli strumenti per esprimerci con libertà e precisione. Inoltre adoro come la mia insoddisfabile fame di tecnica mi metta in costante sfida con me stessa. Anche quando guardo ballare, l’espressività senza tecnica tende ad annoiarmi: ho bisogno di entrambe.

Ti senti più artista o più insegnante?
Amo insegnare, ma senza dubbio mi sento più artista.

Qual’è il messaggio che vorresti trasmettere ai tuoi allievi?
La bellezza dell’emozionarsi, di lasciare che la vita ci spettini. L’importanza di ascoltare ciò che accade dentro e fuori di noi. E poi che disciplina, perseveranza, pazienza e amore sono indispensabili per raggiungere qualsiasi obiettivo.

E quale al pubblico? Quale tipo di pubblico vorresti conquistare?
Cerco di conquistare me stessa. Non ballo per conquistare nessuno, ma per rivendicare il valore e la bellezza della mia sensibilità che negli anni ho odiato e cercato di esorcizzare. Poi certo, piacere al pubblico dà soddisfazione e ancor di più se il pubblico è flamenco e ha conoscenze e preparazione nell’ambito.

Qual’è il tuo rapporto con gli altri colleghi?
Soprattutto di rispetto, in alcuni casi di stima, in altri di amicizia… Poi ci sono quelli che per me non esistono eheh.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
A breve tornerò a Madrid per riprendere il Conservatorio, non avrò molto tempo per lavorare ai miei progetti purtroppo. Quest’anno forse cercherò qualche tablaos dove ballare, anche se non ho scelto il periodo più fortunato per provarci. Mi piacerebbe riuscire a tornare in Italia per tenere qualche corso, magari una volta al mese: mi manca molto insegnare. Ma spero soprattutto di riuscire a ricavarmi del tempo da dedicare a me stessa, allo studio e alla ricerca del mio baile, del mio sentire e del mio movimento.

Il mondo attraversa una pandemia. Cosa ti aspetti dall’umanità una volta usciti da questa situazione?
Non mi aspetto niente, l’umanità è così deludente… Ogni tanto mi torna il sogno di una vita genuina, all’insegna del rispetto e dell’amore per gli altri esseri viventi e per il nostro pianeta, ma purtroppo la realtà mi sveglia subito.

C’è stato un momento della tua carriera particolarmente emozionante e per questo indimenticabile?
Ci sono stati molti momenti speciali, ma ricordo con particolare emozione la mia partecipazione al “III° Concurso Nacional de Baile Flamenco Ciudad de Torino” nel 2013. Hanno scelto di dimettermi da un ricovero ospedaliero per darmi l’opportunità di andare, sapevano quanto era importante per me. Non ballavo da mesi e arrivai lì senza neanche un vestito da mettermi, 42 chili di ossa, paure e amore per il flamenco. Non sono rimasta soddisfatta della mia esibizione (come al solito), ma quei giorni mi sono sentita viva come non succedeva da tanto. Ho vinto il secondo premio della mia categoria e una serie di altri premi per i quali non sarò mai abbastanza grata a Rafaela Carrasco. Ma quella sera, soprattutto, ho vinto una speranza, un senso, un sogno.

E che cos’è che non hai ancora fatto ma che speri un giorno di fare? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Sogno di realizzare un mio spettacolo e riuscire a portarlo in diversi teatri.

Qual’è l’artista/collega (bailaor, cantaor, tocaor) della scena attuale che più corrisponde al tuo gusto e che più ti emoziona?
Se devo sceglierne uno dico sicuramente Ana Morales: mi sembra bellezza e magia tutto quello che fa.

La tua meta ideale: Sevilla, Jerez, Madrid o…?
Sevilla, tutta la vita!

Tradizione o modernità?
Onestà e autenticità fanno la differenza, conferendo valore artistico a una e l’altra. Non scelgo tra tradizione e modernità, scelgo l’arte.

Pensi che ‘il Duende’ sia solo una prerogativa del popolo gitano o spagnolo?
Assolutamente no.

Il tuo più grande difetto e il tuo più grande pregio come artista e come persona…
Insicurezza e sensibilità.

La prima letra che ti viene in mente…
Que te quise con locura
yo en mi vida negaré
que yo te quise con locura
mira que cariño fue
que siento la calentura
que tuve por tu querer

A che cosa pensi un momento prima di salire sul palcoscenico?
Non penso a niente, mi perdo nella musica e ascolto il mio sentire.

Le emozioni che provi mentre balli …a cosa pensi?
Quando non penso a niente nasce la magia: prendo coscienza del mio corpo, sento l’aria che mi avvolge e la musica mi emoziona caricando il mio movimento di espressività. L’emozione provocata dentro di noi è associata a determinati ricordi, ma non ricorro ai ricordi per provocare un’emozione. Mi perdo solo nel “qui e ora”.

Ti capiterà di salire sul palco e non avere voglia di ballare, voglio dire… immagino che quando diventa un impegno possa succedere. Come te la sbrighi? 
Mi è capitato diverse volte, ma sul palco, quando parte la musica, mi è sempre tornata la voglia! In questo aiuta tanto lavorare con colleghi che sappiano tenere alte energie e umori.

Bailaora solista su di un palco. Chi vorresti con te come accompagnamento al cante y al toque?
Preferisco lavorare con colleghi che conosco personalmente, mi sento più libera e a mio agio. Ma, facendo finta che siano miei amici, in questo periodo direi al cante Antonio Campos e Miguel Lavi, al toque Jesús Torres, Juan Antonio Suárez “Cano” e sempre e comunque il mio fidato compagno di viaggio Francesco De Vita.

Cosa pensi invece del baile in compania? Sia come ballerino che come spettatore.
Come ballerina e come spettatrice mi affascina la precisione che necessita il baile in compagnia, la coscienza e il controllo del corpo che richiedono a ognuno, la disciplina. Penso sia un’esperienza estremamente arricchente. Da ballerina sento di non avere la giusta esperienza per esprimere un’opinione, ma da spettatrice tende ad annoiarmi perché non mi emoziona, lo trovo un po’ sterile.

Il palos che ti rappresenta di più o quello che pensi sia più rappresentativo per il tuo baile.
Soleá

Ascolti altri generi musicali oltre al flamenco? Se si quali?
Devo ammettere che quando la musica la scelgo io cado sempre sul flamenco da diversi anni, ma ho la fortuna di avere un compagno con grande cultura musicale e di essere cresciuta in una famiglia che mi ha fatto amare la musica tutta.

L’ultimo libro che hai letto?
“Amore liquido” di Zygmunt Bauman

La tua giornata ideale?
Sveglia presto, colazione con calma e nel silenzio, sbarra di classico e qualche ora di flamenco, aperitivo e pranzo in famiglia cucinato con amore, siesta (imprescindibile), mare, aperitivo, cena e serata con amici. Come alternativa un po’ pretenziosa dopo la siesta direi teatro, prove luci, prove suoni e spettacolo da concludersi in nottata di festa con colleghi e amici.

Qual’è il momento della giornata in cui ti senti maggiormente creativo?
Quando cerco di dormire, la notte o la siesta. Infatti poi tante idee le perdo nel sonno, purtroppo.

Un consiglio per i nostri lettori che vogliono fare del flamenco la loro professione.
Ci vogliono dedizione, pazienza e determinazione. Ma fondamentali sono amore e passione, ci danno la motivazione per andare avanti ogni giorno con entusiasmo. Il flamenco non è facile, richiede tempo e vita. Abbiate rispetto, siate autocritici, ma non abbiate paura e credete in voi stessi. Frustrarsi non serve, la vita vola, divertitevi. Che la corsa, alla fine, è solo con se stessi.

Il tuo segreto inconfessabile…
Non so ancora cosa voglio fare da grande!

Il tuo compagno/a ideale: dentro o fuori dell’ambiente flamenco?
L’ho trovato dentro e non lo cambierei per nessuno al mondo!

Il flamenco in una parola
Vita.

Grazie a Nena. Per chi volesse approfondire.

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