Elisa Fiandrotti Díaz

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Elisa Fiandrotti Díaz, torinese di madre spagnola, inizia a danzare all’età di 5 anni studiando danza classica, classico spagnolo, flamenco, danza moderna e danza afro. Nel 1992 si trasferisce in Spagna per approfondire la sua formazione flamenca tra Siviglia e Madrid con i maestri storici del Flamenco: Manolo Marín, La China, Ciro, Merche Esmeralda, La Tati e successivamente con gli interpreti della nuova generazione Isabel Bayón, Israel Galván, Belén Maya, Javier Latorre. Nel corso degli anni presenta il proprio lavoro in tutta Italia e in Europa, collaborando con rinomati artisti spagnoli tra cui Juan Ortega, Manuel Betanzos, Alfredo Lagos, David Lagos, Manuel Santiago, José Parra, José Greco, Pilar Ortega e Jesús Fernández. Fondatrice nel 1997 dell’associazione e compagnia di danza Alma Flamenca, ha al suo attivo numerose produzioni e diverse collaborazioni con associazioni, istituzioni e compagnie italiane quali La Moreria, Flamenco Libre, Compagnia N.A.D, Arte y Flamenco, Punto Flamenco. Nel 2004 danza nello spettacolo Alma Flamenca della compagnia di Pilar Ortega, realizzato nel prestigioso Monasterio de San Jerónimo di Siviglia, nell’ambito della Bienal de Sevilla. Nel 2006 realizza Notti di Spagna con la cantante lirica Susy Picchio con cui realizza una breve tournée. Dal 2007 collabora con la danzatrice Antonella Usai con cui realizza lo spettacolo Viaje presentato in Italia, Francia, Marocco e India. Nel 2008 collabora con l’artista Gianni Colombo nell’opera installazione Agua y Duende. Come direttrice della compagnia di danza Alma Flamenca realizza diverse produzioni tra cui: Azul (2006), Carmen (2006), Divagazioni Lorchiane (2007), Al Compás del Alma (2008) con Rodrigo Alonso, membro della compagnia di Antonio Gades, Sonsonete (2011) con Jesús Fernández, vincitore del 1° premio del Concurso de las Minas, uno dei premi più importanti di danza flamenca. Nel giugno 2013 presenta B 4, performance sperimentale liberamente tratta dall’opera teatrale di Pablo Picasso Las cuatro niñas. Con l’associazione Alma Flamenca, tra il 2003 e il 2006, insieme all’associazione Arte y Flamenco, collabora con il Folk Club alla realizzazione delle tre edizioni del festival Flamenca, in cui si sono esibiti i più grandi nomi del flamenco spagnolo. Nel 2004 con il progetto Mundo Flamenco, sostenuto dalla Junta de Andalucía, organizza la prima rassegna cinematografica italiana sul flamenco, presso il Museo Nazionale del Cinema, e l’unico stage tenuto in Italia dalla bailaora Eva Yerbabuena, presso il Teatro Regio di Torino. Elisa Diaz è impegnata da anni nella promozione e divulgazione della cultura del Flamenco non solo come danzatrice e coreografa ma anche come insegnante e studiosa. Nel 1998 pubblica il libro Il Flamenco, per la presentazione del quale realizza numerose conferenze in tutta Italia. Si è laureata con una tesi sul baile flamenco. Nel 2014 collabora alla traduzione e alla stesura delle note di Una historia del flamenco di José Manuel Gamboa.

Tutto è iniziato…
La passione per la danza e la musica mi è stata trasmessa da mia madre, che ha sempre cantato e recitato con molto talento. Mia zia aveva lavorato come soprano nelle zarzuelas e da sempre, quando sono insieme, si dilettano a cantare e recitare pezzi di zarzuelas, tonadillas, cuplés e canzoni folcloriche. Da loro ho imparato molte letras, che poi ho ritrovato nel flamenco. Mia madre non conosceva bene il flamenco, ma le piaceva moltissimo e quando ero piccola mi portava a vedere tutto quello che arrivava qui a Torino dalla Spagna. Io ero entusiasta e così a cinque anni iniziai a studiare danza classica, facendo anche un po’ di danza spagnola. Andai avanti fino al liceo, poi mi stancai della danza classica e mi dedicai ad altri stili. L’incontro con il flamenco avvenne solo nel 1991, ai tempi dell’Università. In quegli anni studiavo danza afro e danza spagnola stilizzata con Isabel Moisés Fernández, facendo anche degli spettacoli. Quell’anno venne a Torino Isabel Soler, direttrice del Atelier de Flamenco Andalou di Toulouse, a fare uno stage. Sapevo che il flamenco era diverso alla danza spagnola, ma non avevo mai provato a ballarlo. Rimasi letteralmente fulminata: era quello che cercavo da anni. Mi sentivo felice, ma anche molto frustrata: volevo continuare, imparare di più, ma non sapevo bene da che parte cominciare, qui a Torino il flamenco non c’era! Fu Isabel che mi incoraggiò vivamente ad andare a Siviglia. Ricordo benissimo che mi disegnò la piantina di Triana su un tovagliolo al bar: “el puente, calle Castilla (escuela de Matilde Coral), calle Rodrigo de Triana, (escuela de Manolo Marín). Era la prima volta che li sentivo nominare… Volevo andare, ma non potevo partire subito, dovevo risolvere dei problemi di salute e organizzarmi per stare via tanto tempo. Verso la fine del 1992 finalmente riuscii ad andare a Siviglia con un progetto Erasmus dell’Università, riuscendo così a conciliare studio e flamenco. Ero felicissima e andai subito a Triana.

Quando hai capito che il Flamenco sarebbe stato la tua professione?
In realtà non ero partita con l’idea di diventare professionista, sinceramente mi sembrava un sogno abbastanza irrealizzabile, ma volevo approfondire di più. Mi interessava da sempre l’Andalusia e la sua cultura, studiavo spagnolo e arabo, e sono andata a vedere… L’esperienza sivigliana fu entusiasmante e decisiva. La passione era esplosa e volevo fermarmi lì. Quando tornavo a Torino, iniziarono a chiedermi di fare degli stage e lì compresi che poteva diventare un lavoro. Sapevo che dovevo ancora studiare molto, rimanendo a lungo in Spagna quindi, dopo Siviglia, mi spostai a Madrid, dove c’era la mia famiglia. Per un po’ di anni feci su e giù. Quando tornavo dalla Spagna avevo del lavoro, sia ballando che insegnando, e così, poco a poco, diventò la mia professione.

Hai mai pensato di non farcela?
Spesso e volentieri! Questo lavoro è molto precario e discontinuo e riuscire “farcela” a vivere solo di questo è una bella scommessa e una grande fortuna.

Chi sono i tuoi punti di riferimento?
I maestri come Ciro, La China, Manolo Marín. Tra i miei insegnanti però voglio assegnare un posto d’onore a Pilar Ortega, grande maestra a cui devo veramente tantissimo.

Quante ore alla settimana dedichi allo studio?
Dipende molto dai periodi. A parte le lezioni, almeno due ore al giorno sono l’ideale, ma quando devo montare o prepararmi per uno spettacolo, possono diventare molte di più.

Quanto ha influito il flamenco nelle tue scelte personali?
Molto. Forse all’inizio troppo, ora per fortuna ho raggiunto un equilibrio.

Se tornassi indietro quali sono le cose o le scelte che non rifaresti?
Ho seguito le mie passioni e lo rifarei.

Qual è stata, se c’è stata, la più grande difficoltà che hai incontrato per raggiungere i tuoi obiettivi di artista?)
In Italia non c’è molto spazio per la musica dal vivo e per la danza, quindi diventa difficile lavorare con continuità.

Quali sono le tue inquietudini d’artista? Cosa ti fa salire l’ispirazione?
Per me ballare è sempre stata una necessità, fin da bambina. Qualsiasi cosa mi può ispirare, un brano, un libro, uno stato d’animo, un suono della città. Comunque in scena un buen cante e un buen toque sono tutto.

Tecnica ed espressività. Che cosa viene prima?
Considero la danza come la pittura in movimento e, come tale, si basa sulla padronanza di una tecnica e di un linguaggio con cui ci si esprime. La tecnica è il punto di partenza, lo strumento di qualsiasi espressione artistica. Nel flamenco l’espressività è un elemento fondamentale, ma deve essere autentica. Apprezzo chi si dà in modo sincero e generoso, senza interpretare un personaggio: entregándose.

Ti senti più artista o più insegnante?
Mi sento una ballerina che ama molto insegnare. Insegnando ho imparato moltissimo ed è un lavoro che dà molta soddisfazione, anche se ci vuole molto tempo per formare le persone. Mi piace condividere il flamenco in tutti i modi: ballandolo, insegnandolo, raccontandolo.

Qual’è il messaggio che vorresti trasmettere ai tuoi allievi?
L’afición: vorrei che imparassero ad amare il flamenco in modo profondo, non solo praticandolo davanti a uno specchio o su un palco. Dopo anni di studio, è importante che imparino a distinguere la qualità di ciò che vedono e di ciò che ascoltano, sviluppando un senso critico, un gusto, una competenza. È un altro modo di fruire del flamenco, ma per me è quello più importante.

E quale al pubblico? Quale tipo di pubblico vorresti conquistare?
Vorrei esprimere le mie emozioni. Tutti i tipi: quello buono e quello difficile!

Qual è il rapporto con i tuoi colleghi?
Negli anni con alcuni nascono delle vere amicizie, mentre con altri si creano delle belle affinità artistiche. Mi piace molto lavorare anche con artisti che non fanno flamenco.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
Adesso sto lavorando a un nuovo progetto di fusione tra Flamenco, Jazz e Rock con dei musicisti da Madrid insieme a dei musicisti torinesi. Abbiamo fatto uno spettacolo a Torino quest’estate e come primo esperimento è andato molto bene. Nel frattempo sto cercando di trascorrere più tempo a Madrid, concentrando la didattica qui a Torino. Ho appena ballato in un nuovo tablao a Madrid e mi sono trovata molto bene. È stimolante confrontarsi con dei nuovi e bravi artisti, che magari conosci solo di vista. In questo momento sento la necessità di stare di più in Spagna, di vivermi il flamenco da vicino, attingendo dalla fonte. Da un po’ di tempo inoltre ho ripreso a occuparmi di flamencologia e mi diverto. Lo scorso anno ho portato nelle scuole di spagnolo un progetto di lezione illustrata con video-proiezioni e foto sulla storia del flamenco che ha avuto un buon riscontro. Quest’anno ho già in programma altri incontri anche all’Università e sto realizzando degli incontri periodici nelle scuole di danza.

C’è stato un momento della tua carriera particolarmente emozionante e per questo indimenticabile?
A Ostia nel 1998 con Manuel Santiago e José Parra por soleá. Ballavo da pochi anni e mi ricordo che mi sembrava di volare, di essere in un sogno. Poi in India, dove ho trovato uno splendido pubblico. La cultura che hanno gli indiani della danza e della musica è incredibile. Sono molto ricettivi, interessati e competenti. Forse perché la danza fa parte della loro religione e quindi la percepiscono in un altro modo. È più importante. È stata una bellissima esperienza poter confrontarsi con gli artisti, gli allievi e il pubblico di un paese così lontano, ma in realtà, in questo senso, più vicino che mai.

E che cos’è che non hai ancora fatto ma che speri un giorno di fare? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Un mio sogno è sempre stato quello di poter fare un bello spettacolo e una tournée con tutti i miei colleghi che stimo di più e con cui sono amica. Vorrei che si chiamasse Compagnia Italiana di Flamenco, senza doversi mascherare da spagnoli. Questo forse è ancora più difficile (perché per ora sarebbe invendibile) che riuscire a mettere insieme uno spettacolo con gente che sta in punti così distanti dello stivale. Chissà se prima o poi…

Qual’è l’artista/collega (bailaor, cantaor, tocaor) della scena attuale che più corrisponde al tuo gusto e che più ti emoziona?
Eva Yerbabuena, Israel Galván, Belén Maya, Andrés Marín. Magari sono meno attuali, ma Manuela Carrasco o Antonio Canales restano per me dei miti.

La tua meta ideale: Sevilla, Jerez, Madrid o…?
Madrid è la mia seconda casa, c’è l’altra metà della mia famiglia e ci vado molto spesso. Per me è un ottimo posto per studiare e poter vedere anche altre cose. Anche a Siviglia ho vissuto a lungo e mi sento profondamente legata. È stato un periodo meraviglioso della mia vita e per questo ci torno sempre volentieri per godermi il flamenco e gli amici.

Tradizione o modernità?
Mi piace tutto il flamenco, tradizionale o moderno, l’importante è che sia di qualità. È un’arte viva quindi è naturale che continui a sperimentare, filtrando e conservando quello che vale, come ha sempre fatto. A me emoziona vedere Manuela Carrasco o Israel Galván. Sono modi e stili diversi di fare flamenco. Ognuno sceglie il flamenco che preferisce, la forma con cui si identifica di più, con cui riesce a esprimersi meglio. Personalmente vado a periodi, a volte o voglia di vedere e fare cose nuove, altre in cui voglio solo vivere il flamenco essenziale. Per quindici mi sono immersa nel “tradizionale”, poi dal 2007, con Viaje e l’esperienza indiana, ho iniziato a sperimentare con nuove danze e musiche diverse, con video e teatro, e mi diverto molto. Imparo cose nuove e mi sento di far parte della realtà in cui vivo. Non mi piace l’idea del flamenco chiuso in se stesso, senza comunicare con quello che c’è intorno. Vivo a Torino, non a Siviglia, quindi credo che sia giusto interagire con le realtà che ci sono qui, anche perché sono di alto livello, in tutte le espressioni artistiche. È un altro modo di valorizzare il flamenco, anche se quello che ne viene fuori non è più flamenco. Per me è importante che il flamenco sia considerato un genere di musica e danza contemporanea. Torino, con la sua multiculturalità, è un posto molto interessante, perché dall’incontro di culture nasce spesso qualcosa di valore. C’è un ottimo livello musicale e questa città è sempre stata un buon cantiere artistico. In Andalusia è nato il flamenco, qui non so, ma io, nel mio piccolo, mi diverto a partecipare comunicando con il mio linguaggio. Imparo e mi arricchisco sempre, scoprendo nuovi modi di fare e prospettive diverse da cui guardare. Comunque con cante e toque mi sento a casa.

Pensi che ‘il Duende’ sia solo una prerogativa del popolo gitano o spagnolo?
Uuuh il duende… Forse ora con i progressi della scienza si scoprirà il gene del duende e potremo farcelo impiantare… Magari tra un po’ si potrà fare una bella cura ricostituente di duende! È solo questione di tempo, con la globalizzazione a breve si troverà ovunque…
Scherzi a parte, per me chiamarlo duende, ispirazione, stato di grazia o empatia artistica è lo stesso. Se il flamenco è arte, ed è universale, anche il duende lo è.

Il tuo più grande difetto e il tuo più grande pregio come artista e come persona
Il peggiore difetto forse l’indecisione. Impiego sempre molto tempo a decidere e a scegliere. Valuto tutte le possibilità, pro e contro, e a questo si aggiunge una buona dose di perfezionismo, che rende la scelta più lunga. Anche se sono un po’ pigra nel mettermi in moto, sono una persona che non si risparmia, sia nel lavoro che nei rapporti interpersonali.

La prima letra che ti viene in mente…
Questa è tra le mie preferite.
Fuí piedra y perdí mi centro,
Y me arrojaron al mar
y después de mucho tiempo
mi centro vine a encontrar.

A che cosa pensi un momento prima di salire sul palcoscenico?
Dopo aver controllato che non mi manchi nulla faccio un respiro profondo e mi concentro su quello che devo fare. Poi mi dico “¡Vamos allá!” e mi butto dentro, come quando ti tuffi in acqua e non sai come sarà, ma ti senti subito bene.

Le emozioni che provi mentre balli …a cosa pensi?
Quando ballo sto benissimo, mi diverto ed è un mescolarsi di emozioni. Ascolto ed entro in un altro mondo, un’altra dimensione, dove sono concentratissima e contemporaneamente mi lascio andare. Non c’è pensiero ma c’è una forte comunicazione tra tutti. È una magia.

Ti capiterà di salire sul palco e non avere voglia di ballare, voglio dire… immagino che quando diventa un impegno possa succedere. Come te la sbrighi ?
Per fortuna in questi rari casi ci salva l’amore per ciò che si fa e quindi ci si astrae. E poi io dico sempre che c’è “Santa Adrenalina” che ci protegge e ci fa superare tutto!

Bailaora solista su di un palco. Chi vorresti con te come accompagnamento al cante e al toque?
El Bola, Pedro Sierra oppure lavorare di nuovo con Alfredo Lagos. È un musicista eccezionale e una gran bella persona con cui so già che sarei a gusto e adesso, con più esperienza, me lo godrei ancora di più. Come cantaores l’elenco sarebbe troppo lungo, ne dico solo alcuni: Rafel de Utrera, Arcángel oppure le voci femminili di Mayte Martín, Montse Cortés, Esperanza Fernández. Per me comunque è importante ballare con qualcuno con cui mi sento a gusto e che mi emoziona.

Cosa pensi invece del baile in compagnia? Sia come ballerino che come spettatore.
Mi piace molto ballare in duo o in trio perché si può creare una bella intesa con i compagni e questo è l’aspetto che preferisco del baile in compagnia. Come spettatrice prediligo gli spettacoli che hanno un tema o una storia. Trovo che Javier Latorre sia geniale in questo senso, tralasciando il mitico Antonio Gades, maestro indiscusso in questo genere di flamenco.

Il palos che ti rappresenta di più o quello che pensi sia più rappresentativo per il tuo baile
La soleá è il mio palo preferito, anche se ho ballato molto di più por tarantos, por alegrías o por siguiriyas. Presto tornerò alle origini e la riprenderò.

Ascolti altri generi musicali oltre al flamenco? Se si quali?
Oggi ascolto volentieri di tutto, ma da ragazzina ero “rockettara” e anche adesso mi capitano i giorni rock: Led Zeppelin, Doors, Zappa, Joplin… Sono convinta che ci sia un forte legame tra rock e flamenco: oltre alla prevalenza della chitarra che li accomuna, anche il rock, come il flamenco, è profondamente romantico ed estremo nel modo di sentire.

L’ultimo libro che hai letto o l’ultimo film che hai visto?
Il sale della terra di Wenders su Salgado, bellissimo.

La tua giornata ideale?
Se parliamo di giornata lavorativa l’ideale è avere un po’ di prove, o il tempo di studiare tranquilla, e poi avere un bello spettacolo da fare, con gente con cui lavori bene e in un posto carino. Altrimenti mi piace rilassarmi con gli amici o in famiglia. Sono una buona forchetta e sono bilingue anche in cucina. Se sono in Spagna, cerco di godermi un po’ di flamenco.

Qual’è il momento della giornata dove ti senti maggiormente creativo?
Non c’è un momento particolare. In realtà spesso le idee mi vengono mentre sono a casa, dove ho poco spazio e non posso fare rumore, magari di sera… Forse perché, potendo lavorare solo con l’immaginazione, sono libera dai limiti del corpo e tutto diventa possibile; poi vado in studio e le metto in pratica per vedere cosa viene fuori.

Un consiglio per i nostri lettori che vogliono fare del flamenco la loro professione
Pensateci bene! E’ un lavoro molto precario. Dopodiché, se insistono, ovviamente consiglio di andare in Spagna il più possibile, almeno negli anni della formazione. È fondamentale stare lì, guardare, sentire, vivere e confrontarsi con gli altri, per capire il proprio livello e lavorare sulla crescita. Prima, cercando di superare il più possibile i propri limiti tecnici, poi cercando una propria forma personale, che permetta di esprimersi al meglio, valorizzando le qualità.

Il tuo segreto inconfessabile …
Se è inconfessabile…

Il tuo compagno ideale: dentro o fuori dell’ambiente flamenco?
Per me, meglio fuori. Molto più semplice.

Il flamenco in una parola
Profondità. Hondura

Grazie ad Elisa! Per chi volesse approfondire:

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