Matilde Melanotte


Matilde Melanotte nasce a Gavardo il 6 ottobre 1996. Nel settembre 2004 comincia a studiare danza moderna e flamenco con l’insegnante Valentina Piccoli. Studia poi danza contemporanea con l’insegnante Betty Tezza. Nel 2007 si dedica esclusivamente al flamenco con l’insegnante Elisabetta Mascitelli presso l’Associazione culturale “Fuente Flamenca” di Vicenza.
Approfondisce lo studio del flamenco seguendo numerosi stages in Italia e in Spagna. Nel 2011 si presenta al Concorso Nazionale di baile “Flamenco Puro” e vince il premio della giuria dedicato allo stile. Dal gennaio 2012 balla come solista in diversi tablaos italiani come il “Tablaito Jovenes” di Bolzano organizzato da Manuela Baldassarri, la “Malita”. Nel 2013 si presenta come solista al concorso internazionale di baile “Flamenco Puro” vincendo il premio speciale giovani insieme ad altri premi e riconoscimenti della giuria. Nello stesso anno realizza il suo primo spettacolo “Nacencia” organizzato con Elena Busatto. Le due giovani ballerine nel settembre dell’anno seguente creano un nuovo spettacolo, “Origen”, presentato per la prima volta al teatro Verdi di Maniago. Matilde si esibisce come solista in molte città italiane nei tablaos di Mestre, Firenze, Bologna, alla fiera della danza di Milano e nei teatri di Padova, Verona e Maniago.
Nell’ottobre 2014 inizia a dare lezioni di flamenco ai bambini dai 3 ai 6 anni. Nel luglio 2015 si diploma con 100/100 al liceo classico ad indirizzo linguistico Antonio Pigafetta di Vicenza. Nel settembre dello stesso anno viene ammessa alla facoltà di Psicologia di Siviglia, cittá nella quale si trasferisce, e inizia a studiare flamenco presso le accademie di Alicia Márquez, Manuel Betanzos, Juan Polvillo, Angel Atienza e Andrés Marín. Nella capitale andalusa balla in alcuni tablaos : il tablao dell’ associazione culturale “la casa Ensamblá “, la “Señora pop”, “La caja negra”, la ”Flamenquería”, la peña culturale “San Jeronimo” , l’associazione “LaSinmiedo”, la peña flamenca “La Era” di Burguillos. Il 5 gennaio 2017 mette in scena “Volver” al teatro Primavera di Vicenza, il suo terzo spettacolo di flamenco nato dalla collaborazione con Elena Nena Busatto. Il 25 Agosto dello stesso anno realizza il suo primo spettacolo di flamenco e poesia chiamato “Mi alegría, mi persona” tratto dal Romance de la Pena Negra di Federico García Lorca, accompagnata da Emiliano Nanni, Alberto Rodríguez, María José Leon Soto, e Icia Casado. Dal 16 Ottobre al 27 Novembre realizza un laboratorio di flamenco inclusivo presso la scuola primaria “Ortiz de Zuñiga” di Siviglia utilizzando il flamenco come risorsa per promuovere l’integrazione dei bambini diversamente abili all’interno delle classi. Il progetto é a cura dell’associazione “Danza Mobile” di Siviglia e nasce dalla collaborazione con il pedagogo e bailaor José Galan, dopo aver frequentato un suo corso di Flamenco Inclusivo in occasione del Festival di Flamenco di Jerez de la Frontera del 2017 . Il 3 e il 4 Febbraio 2018 partecipa al festival vicentino “Gli Stati della Mente” dedicato ad arte e salute mentale, offrendo un laboratorio di flamenco aperto anche a persone diversamente abili e riproponendo lo spettacolo “Mi alegría, mi persona” al pubblico del Festival. Nel Maggio 2018 tiene il corso “El flamenco y el empoderamiento de la mujer: letras y expresión creativa” in occasione del seminario “Arte y Psicología” della Facoltá di Psicologia dell’Universitá di Siviglia. Nel Settembre 2018 lavora per il Festival “Vicenza Libera”, presentando il suo laboratorio di flamenco aperto a persone con e senza disturbi mentali. Dall’Ottobre del 2018 tiene lezioni regolari ed inclusive di flamenco ai bambini, usando il flamenco come strumento di espressione di sé, inclusione sociale e socializzazione, presso la Peña Flamenca “La Era” di Burguillos (Sevilla). Nel Gennaio 2019 partecipa al Festival “First Fortnight: callenge the stigma of Mental Health through creative arts” a Dublino con il laboratorio “Flamenco and Inclusion”. Nel Marzo dello stesso anno tiene il laboratorio “Flamenco y Feminismo: una reflexión sobre el contenido machista en el flamenco a través de la expresión artística” in occasione del IV Congresso Internazionale “Mujeres, Cultura y Sociedad: repensando el mundo desde una perspectiva feminista”, presso l’Universitá di Almería. Da Dicembre a Giugno svolge il tirocinio presso i Servizi Sociali di Alcalá de Guardaíra (Sevilla) in un Equipe di Terapia Familiare, dove offre sei sessioni di flamenco ad un gruppo di donne, grazie alla supervisione del terapeuta Miguel Garrido Fernández. Si laurea in Psicologia nel 2019 presso l’Universitá di Siviglia con una tesi sperimentale sulle potenzialitá terapeutiche del flamenco. É la fondatrice di Flamenca Mente, progetto che utilizza il flamenco come strumento di espressione di sé e di inclusione sociale. Nel 2020 presenta un ciclo di incontri di Flamenca Mente presso Fuente Flamenca a Vicenza in collaborazione con Elisabetta Mascitelli. Nel Maggio dello stesso anno il progetto Flamenca Mente viene presentato all’Universitá di Padova, al corso “Art, Psychology and Social Change”. Attualmente sta frequentando il Máster abilitante di “Psicología General Sanitaria” presso l’Universitá di Siviglia e la scuola di psicoterapia sicodramática di Rojas Bermúdez. Continua a formarsi presso le accademie di baile sivigliane e sostituisce María José Leon Soto nell’insegnamento a Padova e a Verona quando Maria si trova all’estero.

Tutto è iniziato…
Quando in quinta elementare mia madre mi portava a lezione di flamenco con lei e io annoiata di guardare decisi di provare per gioco, imitando l’insegnante. Da quell’ultima fila di quella palestra di Vicenza non smisi piú, e non é piú uno scherzo.

Quando hai capito che il Flamenco sarebbe stato la tua professione?
Non l’ho mai capito, sta piano piano accadendo perché non posso farne a meno. Si sta incrociando con il mio percorso di studi, per cui sto fondendo due strade in una, che sembra essere il riflesso della mia piú completa vocazione. Il Flamenco per me non é mai stata solo una ricerca tecnica, ma qualcosa di piú intimo, identitario ed emotivo. E cosí mi ritrovo a studiare in modo sistematico ed empirico proprio questo potenziale del flamenco, oserei dire terapeutico per molti, grazie agli strumenti che mi offre la psicologia e la mia formazione come bailaora, che non si fermerá mai spero.

Hai mai pensato di non farcela?
Spesso, il flamenco é molto complesso e per una perfezionista come me é a volte massacrante. Ma mi é sempre piaciuto complicarmi la vita.

Chi sono i tuoi punti di riferimento?
Maria José Leon Soto, Alicia Márquez, Angel Muñoz e Charo Espino, sono le mie mamme e i miei papá flamenchi.

Quante ore alla settimana dedichi allo studio?
Alterno lunghi periodi di studio giornaliero qui a Siviglia a momenti in cui studio meno perché sono in sessione d’esami.

Quanto ha influito il flamenco nelle tue scelte personali?
Il flamenco é sempre stato presente nelle mie scelte personali. Fin da piccola ha fatto parte della mia vita quotidiana, studiavo per i compiti in classe in treno mentre andavo a Bologna, a Firenze, a Torino, a Verona o a Padova per inseguire i maestri del cuore. Il garage é diventata la mia sala per studiare flamenco e passavo ore e ore lí sotto. Arrivavo sempre tardi agli appuntamenti perché dovevo provare. Ero sempre di corsa, ma consapevole che stavo coltivando qualcosa di prezioso, qualcosa di mio e solo mio, che nessuno mi poteva toccare. Durante l’adolescenza é stato il mio posto sicuro, il mio specchio, qualcosa in cui riconoscermi, la mia identitá. Alla fine del liceo la mia maestra María José Leon Soto mi disse, con la sua leggerezza che é sempre fonte di grande saggezza, “ma perché non vai a fare l’Universitá a Siviglia?”. Sgranai gli occhi. Lo stupore duró un secondo, poi prevalse il coraggio e convinsi i miei genitori con grande sicurezza che quella era la mia strada. Ho sempre amato studiare e sapevo perfettamente che avrei studiato Psicologia e sapevo che il flamenco sarebbe stato parte di me, e non ci potevo rinunciare. Cosí ora vivo a Siviglia da 5 anni, esco dall’accademia di flamenco di Alicia Márquez e corro all’Universitá, ballando da un’aula all’altra.

Se tornassi indietro quali sono le cose o le scelte che non rifaresti?
Non studierei con certi maestri che mi hanno fatta sentire incapace quando in realtá parte della mia difficoltá era dovuta a una mancata spiegazione dei passi o ad un cambio coreografico continuo.

Qual è stata, se c’è stata, la più grande difficoltà che hai incontrato per raggiungere i tuoi obiettivi di artista?
Me stessa, e un confronto continuo non richiesto e non desiderato con le colleghe in alcuni momenti del mio percorso artistico. Era una competizione imposta, quando invece il flamenco é per me tutto il contrario. Mi ha unita ancora di piú in Italia e Siviglia con mis compañeras y amigas.

Quali sono le tue inquietudini d’artista? Cosa ti fa salire l’ispirazione?
Le cose che vivo, le esperienze artistiche e affettive, gli incontri e l’espressione della bellezza, in tutte le sue forme, mi fanno salire l’ispirazione. Ho voglia di esprimere attraverso il mio processo creativo il mio processo interiore, la mia crescita. Non posso fare a meno di vedere il flamenco come uno strumento per esprimere la vulnerabilitá e la forza personale, come anche la sofferenza psicologica che spesso ci accomuna. Le mie inquietudini d’artista vanno proprio in questa direzione, raccontarmi e raccontare qualcosa di intimo e comune. Mi piacerebbe continuare a collaborare con i Dipartimenti di Salute Mentale, non solo tenendo laboratori di flamenco grazie al mio progetto Flamenca Mente, ma anche realizzando veri e propri spettacoli con i pazienti.

Tecnica ed espressività. Che cosa viene prima?
Per quanto riguarda me, la tecnica é imprescindibile per poter dare una forma e un senso all’epressivitá. La sicurezza tecnica mi permette di esprimermi con piú facilitá. Ci tengo peró a precisare che il controllo assoluto della tecnica che non lascia spazio all’imperfezione, all’incertezza e all’improvvisazione non lascia nemmeno spazio all’emozione.
Per quanto riguarda i miei allievi, dipende dagli obiettivi e dal livello che hanno. Nei laboratori di Flamenca Mente ad esempio il lavoro é completamente diverso, prescinde dalla tecnica e privilegia l’espressione di sé, la forma flamenca si raggiunge insieme.

Ti senti più artista o più insegnante?
É ancora presto per sentirmi completamente una delle due cose, sono consapevole della mia giovane etá e dei miei limiti. Mi do il permesso di sentirmi artista e insegnante e di coltivare per ora entrambi i percorsi. Peró, dentro di me forse lo so, direi insegnante, per guardare meglio negli occhi le persone che ho davanti.

Qual’è il messaggio che vorresti trasmettere ai tuoi allievi?
Che si divertano ballando, molto spesso ce ne dimentichiamo. É un gioco, una sfida, una ricerca che porta gioia, amicizie ed emozioni nello stomaco. Merece la pena, aunque la pena sea mucha, come mi scriveva María José Leon Soto in un momento molto duro del mio percorso.

E quale al pubblico? Quale tipo di pubblico vorresti conquistare?
Che si lasciassero trasportare da quello che sentono, anche se l’impatto a volte puó essere forte e a non tutti puó convicere. Quando emoziono mi emoziono ed é la soddisfazione piú grande, a prescindere da chi si commuova. Penso che non dimenticheró mai l’espressione dei miei nonni, di mia madre e di mio padre quando ballo. É un modo per restituire loro qualcosa di non richiesto ma che fa tanto bene, a tutti.

Qual’è il tuo rapporto con gli altri colleghi?
I professionisti della generazione precedente alla mia sono i miei maestri e guide. Nutro un sincero rispetto e affetto per tutti quelli che ho incrociato nel mio percorso fino ad ora. I colleghi della mia generazione sono la mia comunitá flamenca, una casa a Siviglia e in Italia. Penso che tra di noi si sia creato un sano spirito di unione, appoggio e collaborazione, e in molti casi, di profonda amicizia.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
Continuare con il progetto Flamenca Mente, mio piú grande sogno dai tempi del liceo e che ora sta prendendo forma. Pubblicare quindi la mia tesi sperimentale sulle potenzialitá terapeutiche del flamenco in qualche rivista scientifica, o un libro che definisca un protocollo per fare lezione con le utenze piú vulnerabili. Continuare a impartire laboratori e imparare. Finire il Master abilitante di psicologia clinica e finire la formazione di psicoterapia. Continuare ad esibirmi a Siviglia e in Italia, quando si potrá. Mi piacerebbe continuare a creare nuovi progetti con il chitarrista Emiliano Nanni che fino ad ora sono stati molto emozionanti.

Il mondo attraversa una pandemia. Cosa ti aspetti dall’umanità una volta usciti da questa situazione?
Che siamo tutti vulnerabili e tutti uguali di fronte ad un virus, ma che abbiamo risorse diverse per affrontarlo. Mi piacerebbe che fossimo un po’ piú solidali. Penso anche che in questo periodo la salute mentale sia stata vista come qualcosa di cui prendersi cura, finalmente. Mi piacerebbe che l’assistenza psicologica fosse meno elitaria e accessibile a tutti.

C’è stato un momento della tua carriera particolarmente emozionante e per questo indimenticabile?
Ce ne sono tanti.. Scelgo l’ultimo: quando ho messo in scena “Mi Alegría, mi Persona” , ispirato al “Romance de la pena negra” di Federico García Lorca, con Emiliano Nanni, Alberto Rodríguez, María José Leon Soto e Icia Casado, organizzato da Donna Chiama Donna per la giornata contro la violenza sulle donne. Lo spettacolo l’abbiamo dedicato a Maria Novella Perina, con cui pensai per la prima volta ad uno spettacolo di baile e poesia e che ci lasció dopo poco.

E che cos’è che non hai ancora fatto ma che speri un giorno di fare? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Uno spettacolo itinerante in giro per l’Italia con il gruppo di bailaoras y amigas nato negli anni qui a Siviglia formato da Claudia Culpo, La Sesi, Isotta Vida, Irene Gneri, Sara Pinci, la Nena e Marta Blanco (che parla ormai italiano come terza lingua) e un altro con le mie sorelle flamenche La Nena, Lucia Capponi e Laura Baioni. Mi piacerebbe realizzare uno spettacolo o un laboratorio con le pazienti dell’area di disturbi alimentari dell’Ospedale di Vicenza, un progetto che spero si realizzerá presto. Poi mi piacerebbe essere accompagnata al cante da Alejandro Villaescusa esibendomi qui a Siviglia.

Qual’è l’artista/collega (bailaor, cantaor, tocaor) della scena attuale che più corrisponde al tuo gusto e che più ti emoziona?
Mayte Martín per il cante, tocca sempre qualcosa di profondo dentro di me…per il baile avrei troppi nomi ma in questo momento direi Guadalupe Torres e Andrés Peña. Per la chitarra ultimamente Antonio Rey. Ma sono veramente tanti i nomi che potrei fare.

La tua meta ideale: Sevilla, Jerez, Madrid o…?
Sevilla che é casa e per un’offerta accademica che in 5 anni non ho ancora assaporato completamente e Jerez perché con il suo Festival é l’emblema dell’universalitá del Flamenco e mi fa sentire in una grande famiglia multiculturale.

Tradizione o modernità?
Non ci puó essere modernitá senza tradizione. Penso sia fondamentale conoscere a fondo le radici per poter esprimersi con consapevolezza nella modernitá.

Pensi che ‘il Duende’ sia solo una prerogativa del popolo gitano o spagnolo?
Il senso di appartenenza al flamenco e la sua espressione é sempre piú universale, perché ha un linguaggio semplice ed emotivo, che arriva in modo diretto alle aree celebrali relazionate con le emozioni. Ci parla in modo esplicito di un sentire umano comune, con gesti quotidiani che riproducono l’epressione delle emozioni a noi conosciute. Sto facendo ricerca su questo e ho trovato articoli che lo dimostrano. Per non parlare di esperienze all’estero con persone con diverse capacitá che ballavano con mucho arte in modo sincero e libero, anche se di fatto non potevano muovere neppure tutto il corpo per paralisi o lesioni, o si sentivano diverse per problemi psichici. É anche questo che mi emoziona del flamenco, che richiami ogni essere umano nella sua diversitá, indipendentemente dalla sua provenienza e che ognuno possa in qualche modo trovare qualcosa di intimo e personale nel flamenco, arte di nomadi ed emarginati nata dalla necessitá e dallo spirito vitale di andare avanti.

Il tuo più grande difetto e il tuo più grande pregio come artista e come persona
Non ne so dire uno solo, non sono mai stata brava a riassumere. Penso che nel baile si rifletta ció che si é quindi come artista e come persona direi l’insicurezza, tendo a mettere in discussione prima me di qualunque altro, anche sul palco davanti all’errore. L’autoesigenza e la fretta, che mi fanno dosare male le forze, mentali e fisiche, ignorando il mio naturale compás vitale.
Come pregio la sinceritá con cui espongo quello che sento, la determinazione e la dolcezza.

La prima letra che ti viene in mente…
La vida me ha maltratado y en vez de sentirme herido nace un nuevo corazón dentro del corazón mío

A che cosa pensi un momento prima di salire sul palcoscenico?
“Forza Mati, dai, hai passato tante prove, questo é il tuo momento… sentilo nella pancia, conéctate… “ Poi cerco di visualizzare il mio baile mentalmente, ben eseguito, mi da forza.

Le emozioni che provi mentre balli …a cosa pensi?
Si pienso me equivoco…L’emozione é qualcosa di immediato, un sussulto por dentro, un pellizco, nel momento in cui ci penso mi deconcentro e blocco il naturale sviluppo della danza. Ogni palo risuona in me in modo diverso e il brivido arriva nel momento in cui sento una perfetta sincronia con la musica, quando la comunicazione con i musicisti crea meraviglie. Mi sento legittimata a raccontare qualcosa, ad essere forte e a sentirmi grande e in qualche modo potente, orgogliosa di quello che ho, anche se imperfetto, ma vero.

Ti capiterà di salire sul palco e non avere voglia di ballare, voglio dire… immagino che quando diventa un impegno possa succedere. Come te la sbrighi?
Semplificando il baile, sostituendo i remates con versioni piú lente o meno impegnative fisicamente e facilmente “godibili”. Poi guardo le mani del chitarrista o l’espressione di chi canta e sento dentro il desiderio di essere lí con loro e di salire sul palco.

Bailaora solista su di un palco. Chi vorresti con te come accompagnamento al cante y al toque?
Mercedes Cortés e Jordi Flores sono i primi che mi vengono in mente, per la professionalitá per l’umanitá. Ma potrei dirne molti altri, sognando ad occhi aperti!

Cosa pensi invece del baile in compania? Sia come ballerino che come spettatore.
Mi affascina tantissimo, in particolare l’attenzione per il dettaglio e contemporaneamente per l’insieme.

Il palos che ti rappresenta di più o quello che pensi sia più rappresentativo per il tuo baile
Alegrías, irrimediabilmente é lei. Mi piacerebbe dire Soleá, lo ammetto, ma la mia é l’Alegrías.

Ascolti altri generi musicali oltre al flamenco? Se si quali?
Vengo da una generazione che ascolta musica Indie e anche io ci sono cascata. Comunque amo molto il reggae, il folk, la musica celtica, la Surf Music, la musica classica e i grandi cantautori italiani. In generale sono curiosa, l’unico genere che non mi prende é il metal.

L’ultimo libro che hai letto?
L’arte della gioia di Goliarda Sapienza

La tua giornata ideale?
Svegliarmi in una casa in riva al mare, vicino alla persona che amo e improvvisare.

Qual’è il momento della giornata dove ti senti maggiormente creativo?
La mattina, ho come la sensazione di avere tutto il giorno per poter sbagliare o cambiare idea e quindi mi butto di piú. É quando tutto puó ancora essere, puó ancora prendere forma e io mi sveglio con la luce del Sud, un caffé e tanta curiositá. Se fossi a Vicenza non so se sarebbe la mattina, forse dopo lo spritz delle 19.

Un consiglio per i nostri lettori che vogliono fare del flamenco la loro professione
Coltivate i rapporti umani, la condivisione e l’amore per quello che fate. L’ inquietudine e la fame per superarvi ma la consapevolezza del limite é quello che vi aiuterá ad essere resilienti. L’accettazione della vostra vulnerabilitá sul palco e fuori dal palco manterrá umana la vostra arte.

Il tuo segreto inconfessabile …
Non riesco a studiare con maestri che mi stanno antipatici

Il tuo compagno/a ideale: dentro o fuori dell’ambiente flamenco?
Non é un requisito imprescindibile che sia dell’ambiente flamenco, ma che rispetti la mia passione quello sí e che mi appoggi, senza dubbio.

Il flamenco in una parola
Forza, nella sua forma piú umana.

Grazie a Matilde! Per chi volesse approfondire:

Videos