Carmen Amor

Carmen Amor 

 
Carmen Amor, nome d’arte di Carmen González-Amor Sánchez, si è formata musicalmente a Siviglia, la sua città di origine.
Da anni si esibisce come cantaora flamenca in varie formazioni musicali e compagnie di danza, in modo particolare in Italia, dove risiede, ma anche in Spagna e in altri paesi. In Italia in particolare si è esibita nei maggiori teatri e in numerosi importanti festival e ha partecipato nel 2006 alla trasmissione di Gianni Morandi “Non facciamoci prendere dal panico”, trasmessa in diretta da Rai 1.
Alle collaborazioni con gruppi e compagnie di danza alterna i suoi recital di cante, sia in Spagna che all’estero. Il repertorio che interpreta è molto ampio e comprende un vasto numero di stili (detti palos) del Flamenco.
In Spagna ha partecipato ad alcuni concorsi di canto flamenco, ottenendo diversi prestigiosi premi e menzioni, come il II Premio al Concurso Nacional de Tarantas de Linares nella sezione Cantes Libres a Linares (Spagna) e finalista nella sezione specifica di Tarantas de Linares (2001); finalista con menzione a premio nel Concurso di Cante Jondo Antonio Mairena a Mairena del Alcor (Siviglia) nel 1999 e nello stesso anno premio nel Concurso di Cante por Alegrías de Cádiz (Cadice).
La sua naturale inquietudine la porta a sperimentare incontri con altre musiche, proponendo la sua voce flamenca in diversi contesti musicali, tra i quali vale la pena di menzionare la partecipazione nel cd “Paolo Conte Live Arena di Verona” dell’omonimo cantautore italiano, ed alcuni spettacoli di fusion, come un ciclo di concerti con il gruppo austriaco di musica etnica ‘Comin & Goin’  nel 2005, nonché l’incontro fra danza katak e flamenco al Teatro Mancinelli di Orvieto nel 2006.
Alla sua vocazione di cantaora, Carmen Amor aggiunge il suo interesse per la ricerca e lo studio del flamenco, che deriva dalla sua formazione (è laureata in Lettere Moderne presso l’università di Siviglia). Ha tenuto stage e conferenze –che spesso illustra con il suo canto– presso varie istituzioni, come l’Università Pablo de Olavide di Siviglia, così come in numerosi centri e scuole private. Ha anche pubblicato alcuni articoli su argomenti relativi al Flamenco.

In diverse scuole di danza di varie città italiane ha tenuto corsi e stage di Canto flamenco e Compás. Inoltre, dal 2004 tiene con regolarità un “Taller de Cante”, laboratorio di studio e pratica dei numerosi stili di cui si compone il canto flamenco. Ha partecipato interpretando canzoni infantili in spagnolo a due edizioni (nel 2006 e nel 2008) della rassegna Tutilimundi, un mundo de niños presso l’Istituto Cervantes di Milano. Nello stesso ente è in programma attualmente il suo corso di Flamenco intitolato “Danza. Flamenco: palabras y música”.


Come ti sei avvicinata al flamenco?
Mi ci sono avvicinata fin da bambina grazie a mio padre, che era un appassionato di Flamenco e lo ascoltava regolarmente in casa. Poi, da ragazzina, ho iniziato a comprare i miei dischi e libri, innamorandomi sempre di più di questo genere. Ho quindi cominciato ad ascoltare flamenco regolarmente, in particolare la discografia dei grandi maestri del Cante, come Antonio Mairena, Manuel Vallejo, Manolo Caracol, la Niña de los Peines, Antonio Chacón e molti altri.

Quando hai capito che sarebbe stata la tua professione?
Semplice: quando ho ricevuto i primi compensi per le mie esibizioni.

Hai mai pensato di non farcela?
Sì, molte volte, soprattutto all’inizio. Vedevo che c’era tanto da imparare, dei canti così complessi e pieni di sfumature che mi sembravano irraggiungibili.

Chi sono i tuoi punti di riferimento?
Da molti anni ormai provo una grande ammirazione per quella grande artista che ormai rappresenta un riferimento per noi cantaores: mi riferisco a Carmen Linares, che ho anche il privilegio di avere come amica.
Inoltre, come modello e fonte di conoscenza, ho ascoltato e ascolto tuttora continuamente le registrazioni disponibili di quasi tutti i cosiddetti maestri del cante, tra cui in modo particolare Antonio Mairena e Pastora Pavón, la Niña de los Peines. Adoro anche lo stile jerezano di Terremoto, Agujetas o El Borrico.

Quante ore alla settimana dedichi allo studio?
Dipende, non sono molto regolare in questo. In alcuni periodi ho studiato sei o sette ore al giorno, anche di più. In altri periodi, invece, studio il minimo indispensabile, anche per non perdere l’agilità vocale.

Quanto ha influito il flamenco nelle tue scelte personali?
Ha influito moltissimo ed influisce ancora in tutte le mie scelte.

Qual è stata, se c’è stata, la più grande difficoltà che hai incontrato per raggiungere i tuoi obiettivi  di artista?
Sicuramente, la maggiore difficoltà è derivata dal fatto che, vivendo in Italia per motivi familiari, non ho potuto partecipare attivamente alla vita flamenca come avrei voluto. Mi riferisco alla possibilità di ritrovarsi regolarmente con altri artisti, soprattutto cantaores, e condividere esperienze ed emozioni, così come avere quel riscontro importantissimo che è la partecipazione del pubblico di aficionados, gli incontri periodici nelle peñas, ecc.

Tecnica ed espressività. Che cosa viene prima?
Sono tutt’e due importanti. Se parliamo di prima o dopo nell’arco temporale, indubbiamente la tecnica viene prima, dato che senza la padronanza di essa non si riesce ad esprimere tutto ciò che si ha dentro. Tutto sommato, credo che la tecnica rappresenti la base indispensabile per poter raggiungere la massima espressività.

Ti senti più artista o più insegnante?
Mi sento fondamentalmente artista; tuttavia, mi piace molto anche insegnare, soprattutto quando c’è ricettività e sensibilità da parte dell’alunno.

Qual’è il messaggio che vorresti trasmettere ai tuoi allievi?
Cercate in ogni nota che cantate, in ogni suono, la perfezione. Nessuno di noi la può raggiungere completamente, ma è così bello esserle sempre più vicino!

E quale al pubblico?
Il messaggio che vorrei trasmettere sempre quando canto è: Questa sono io e vi apro la mia anima, voglio dare il massimo, come diciamo in Spagna, “entregarme”.

Quale tipo di pubblico vorresti conquistare?
Il pubblico degli aficionados (intenditori di flamenco) è quello che dà le soddisfazioni più intense, anche se apprezzo ogni tipo di pubblico, soprattutto le giovani generazioni, che forse nel flamenco sono le più difficili da accontentare.
Con il pubblico in genere sento di poter condividere delle emozioni, ed è proprio ciò che mi aspetto e pretendo da me stessa in ogni performance: che esista trasmissione di sentimenti, che il pubblico si emozioni ascoltando. Tutto ciò nel flamenco è molto più importante dell’esibizione di abilità canore.

Qual’è il tuo rapporto con gli altri colleghi?
Cerco di essere corretta con tutti, anche se, come in tutti gli ambiti, ci sono alcune persone con le quali si stabilisce immediatamente un feeling artistico di livello superiore, e quando succede è fantastico.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
Attualmente sto lavorando su un progetto di recital nel quale mi esibisco accompagnata da chitarra e percussioni. Abbiamo già avuto occasione di presentarlo a Bergamo e a Innsbruck e in entrambe le occasioni abbiamo avuto un buon riscontro da parte del pubblico. 
Sul fronte dello studio, sono iscritta presso l’Università di Siviglia al dottorato di ricerca “Il Flamenco. Approccio multidisciplinare al suo studio”: si tratta del primo programma di studi post-universitari in Spagna dedicato interamente al Flamenco. In quest’ambito ho la possibilità di approfondire diversi aspetti del flamenco che mi sembrano interessantissimi e ciò appaga anche il mio lato di studiosa e mi dà la possibilità di condividere questa passione in un ambiente molto stimolante.

C’è stato un momento della tua carriera particolarmente emozionante e per questo indimenticabile?
Ci sono stati molti momenti emozionanti, ma ricordo con particolare intensità la sera in cui ho cantato alla serata di premiazione del Concorso di Cante Flamenco di Mairena del Alcor (Siviglia). Esibirsi nella Casa Palacio davanti a tremila persone è stato davvero un po’ forte; nonostante avessi già alle spalle oltre dieci anni di attività di palcoscenico, mi sentivo come se fosse la prima volta. Inoltre, i momenti più appaganti in genere sono stati in peñas flamencas spagnole, dove si crea un ambiente unico, idoneo per l’intimità che richiede il flamenco.

E che cos’è che non hai ancora fatto ma che speri un giorno di fare? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
In questo momento mi sento in cammino, soddisfatta di ciò che ho fatto finora, ma anche fiduciosa di poter realizzare altri progetti in futuro.

Qual’è l’artista/collega (bailaor, cantaor, tocaor) della scena attuale che più corrisponde al tuo gusto e che più ti emoziona?
Come cantaores ribadisco la mia passione per Carmen Linares e poi mi piace Arcángel e anche Mayte Martín, come tocaor Tomatito e Vicente Amigo, come bailaora Eva la Yerbabuena.

La tua meta ideale: Sevilla, Jerez, Madrid o…?
Sevilla è la mia città, dove ho i miei affetti (famiglia, amici e amiche dell’infanzia e di quando ero ragazzina) ma a Jerez ho vissuto i migliori momenti nell’ambiente del flamenco, stabilendo legami importanti con gente che condivide con me questa grande passione, nel senso più autentico. E’ a Jerez che ho trovato l’estetica interpretativa flamenca che più mi si addice.

Tradizione o modernità?
Tradizione … ma interpretata alla luce dei nostri giorni.
Penso che l’adattamento ai nuovi tempi debba sfruttare (e così succede in moltissimi casi) solo i vantaggi dell’attualità, cioè la possibilità di usare tecniche di amplificazione del suono e di incisione più sofisticate, così come armonie chitarristiche più ricche e complesse.
Per quanto riguarda il cante, l’evoluzione a partire dai primi cantaores della storia è stata meno pronunciata che nella danza e nella chitarra. Secondo me, ogni cantaor deve cercare il proprio stile attingendo alle fonti e basandosi sul repertorio musicale che abbiamo a disposizione; le innovazioni arrivano spontaneamente e sono solitamente limitate. Non ha senso cercare di innovare a tutti i costi, “stravolgendo” per forza il patrimonio musicale esistente, che è già molto ricco e complesso.
Anche per quanto riguarda i testi (le parole del cante), gli adattamenti sono rischiosi. Risultano ancora oggi piuttosto bizzarri testi come le “pilas alcalinas” di José Mercé, per citare un esempio, abbastanza discordanti con l’estetica del flamenco. Credo che una valida alternativa sia interpretare temi e sentimenti universali, non soggetti alla moda del momento: l’amore, l’odio, la morte e molti altri. Insomma, innovare è giusto, ma con cautela.

Pensi che ‘il Duende’ sia solo una prerogativa del popolo gitano o spagnolo?
Il Duende, come lo ha definito García Lorca, è qualcosa di magico e di intangibile, che ha a che vedere con forti emozioni e con comunione di anime in uno stato dell’uomo primitivo e molto puro e autentico. Credo che tutto ciò appartenga alla spiritualità dell’uomo e trascenda aspetti come la razza o la nazionalità.

Il tuo più grande difetto come artista e come persona
Sono molto puntigliosa ed esigente con me stessa, alle volte forse anche troppo.

Il tuo più grande pregio come artista e come persona
Credo che siano la positività, l’ottimismo e il senso dell’umorismo.

La prima letra che ti viene in mente…
Una por bulerías molto spiritosa: Mira qué flamenco es / Que duerme con la guitarra / En vez de con su mujer.

A che cosa pensi un momento prima di salire sul palcoscenico?
Cerco di non pensare a niente e di liberare la mente per essere pronta a esprimermi al meglio. Ma, non essendo sempre facile, di solito mi aiuta molto ripassare le parole dei brani che dovrò cantare.

Ascolti altri generi musicali oltre al flamenco? Se sì quali?
Sinceramente, poco altro, dato che il flamenco mi assorbe già moltissimo. Mi piace abbastanza il blues, qualcosa di pop e ho anche un debole per i boleros strappalacrime.

L’ultimo film che hai visto al cinema? L’ultimo libro che hai letto se preferisci…
L’ultimo film: il musical Mamma mia, con Meryl Streep. L’ultimo libro Jane Eyre di Charlotte Brontë, un romanzo dell’Ottocento che mi ha molto coinvolto.

La tua giornata ideale?
Alzarmi tardi, una bella colazione e una passeggiata in riva al mare; poi provare il mio repertorio con un buon chitarrista e studiare (flamenco ma anche altri argomenti: teoria musicale, lingue, ecc.). Stare con la mia famiglia e alla sera uno spettacolo (mio o di qualche artista che mi piace) e per concludere una “fiestecita flamenca” tra pochi amici. Una goduria!

Un consiglio per i nostri lettori che vogliono fare del flamenco la loro professione
Consiglio di cominciare studiando molto, cercando sempre l’essenza e limando il superfluo. Per progredire e migliorare costantemente bisogna metterci l’anima e rinunciare a molte cose, ma quando arrivano i progressi, seppur piccoli all’inizio, la soddisfazione è impagabile.

Il tuo compagno/a ideale: dentro o fuori dell’ambiente flamenco?
Dentro, assolutamente, anche se non necessariamente come professionista.

Il flamenco in una parola
Un’anima nuda; anzi, io direi: uno “spogliarello” dell’anima.

Grazie Carmen! Per maggiori informazioni:

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...