“Presencias” de Jerez

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Tredici anni mi separano (o mi compongono) dal mio primo Festival Flamenco a Jerez. Libri, riviste, giornali, tutti gli spettacoli organizzati nei teatri, nelle sale, nelle peñas, nei tabancos, per strada e tutti gli appuntamenti che non ti sei fatta mancare. Tutta la fantasia che Jerez ha saputo mettere nel suo Festival. Abbiamo tutti negli anni fatto un po’ di tutto. Ma il bello di questa città è che ogni volta trovi un nuovo giochino in cui perderti. Quello di quest’anno è nato senza sapere, senza averlo letto prima, al buio. Passeggiamo fra le strade e una per una all’improvviso ti compaiono davanti agli occhi immagini di cantaores che del flamenco hanno fatto e fanno la storia. Immagini enormi di carta e colla che il tempo deciderà di portarsi via quando e come vorrà, per mezzo del sole e della pioggia ma resteranno intanto sotto gli occhi di chi all’improvviso fra un discorso e l’altro, fra una lite e l’altra, fra un bacio e una risata alza gli occhi e improvviso vede qualcosa che immediatamente collega ad un ricordo sonoro, ad una brano che hai ascoltato, ad un concerto che hai visto, ad un momento che ricordi del tuo percorso flamenco a Jerez. Del tempo che hai speso dietro una grande passione. Queste immagini si vedono con prospettive ben precise, attaccate a case pericolanti, luoghi abbandonati, punti strategici che rendono le immagini di per sé più romantiche e per questo più vicine al cuore. I cantes che evocano ti si appiccicano addosso fra i barrios San Miguel, Santiago, San Mateo… Ognuno di noi, che sia in solitudine o accompagnato da persone che sono con noi da sempre o da poco, potrà dire qualcosa in merito, dalla più frivola alla più jonda.

L’idea splendida è di Juan Carlos Toro (Jerez 1979) fotografo per Diario de Jerez, La Voz del Sur e El País. “Una volta ho sentito che un quejío è disegnare con la voce ciò che sente l’anima” dice, “Con questo progetto che chiamo Presencias ho tentato di dare voce attraverso l’immagine al quejíos dei cantaores della mia città”.  Per lui Jerez ha facciate e pareti che hanno un proprio quejío. E come dargli torto. Sono a tutti gli effetti spazi che possono essere ascoltati.

E allora ci siamo messe a cercarle quelle immagini. E qui riportiamo le foto che abbiamo fatto. Non riporteremo le strade in cui si trovano perché non avrebbe e non sarebbe ugualmente bello che trovarsele davanti all’improvviso dal nulla, a schianto. Le aggiungeremo se e quando le troveremo… se e quando le troveremo… E voi? Le avete trovate? Siete rimasti impassibili? Vi hanno travolto?

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Writer & Editing: Katia Di leo
Photographer: Chiara Castellani
NB: La foto di apertura non sappiamo di chi sia. È stata raccolta in internet. Saremo contente di esporla con copyright appena ci pervenga il nome.

Festival Flamenco Roma 2015

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VI edizione per il Festival Flamenco romano che come sempre si svolge presso l’Auditorium Parco della Musica. Dopo una prima data di apertura con lo spettacolo di Israel Galvan l’ 8 Settembre, la rassegna vera e propria parte il 5 Ottobre e termina il giorno 11. Come sempre sono molti gli eventi. Di seguito proponiamo i nostri articoli: 

12143101_10207300227651248_7160424221441279805_nCasa patas! Una mostra autentica de flamenco

12079074_10153597461698617_5927380447297528194_n Miriam Méndez, Flamenco’S Seduction

Miriam Méndez, Flamenco’S Seduction

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7 Ottobre 2015, Festival ¡Flamenco! all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Composizione, regia, piano, voce, percussioni: Miriam Méndez
Baile: Irene “La Sentío”
Percussioni: Guillermo Mcguill
Violino: Ricart Renard
Ingegnere del suono: Luis del Toro

11232717_10153597461688617_6393647359506538553_nLa terza serata del Festival di Flamenco dell’Auditorium ci regala l’esibizione di una delle più poliedriche artiste in circolazione nel mondo flamenco: Miriam Méndez. Voce, piano e danza girano vorticosamente a ritmo di un flamenco che si incontra con altri generi musicali come il jazz e la musica contemporanea e classica. Miriam Méndez appare subito in scena, sulla sinistra del palcoscenico, d’impatto come il battito del cuore rappresentato sulla la scenografia di fondo. Vestita tutta di rosso, chioma riccia scura e fluente, suonando un cajon a compás di Bulerías e cantando e accennando un remate e una llamada. Questo è il suo biglietto da visita.

Subito dopo entra in scena Irene “La Sentío” con una Soleá. Irene è intensa e immersa nei suoni del piano e del cante della Méndez. Il suo baile elegante e potente, fin dai primi passi, magnetizza subitola sentio l’attenzione del pubblico in sala. Termina con una Bulería a palo seco accompagnata dal solo cajon di Guillermo Mcguill.

Tra le note classiche del suo primo disco “Bach por Flamenco” e quelle latin jazz del suo ultimo  “Seduction”, Miriam accompagna “La Sentío” prima in una Alegrías e poi in un finale por Bulerías.

Sicuramente questa serata ci conferma l’originalità di questa donna, con una personalità prorompente e passionale, che ha saputo unire la tradizione e la modernità. I suoi suoni sono decisi e forti e adattati al flamenco trovano la loro giusta dimensione. Decisamente la definizione “Carmen Amaya del piano” le calza a pennello. È un animale da palcoscenico e come la famosa Carmen, il palco le permette di esprimere tutto il suo trasformismo musicale.
Qui le immagini della serata a cura dei fotografi Musacchio&Ianniello e la foto di Irene “La Sentío” è di Stefano Procopio.

 

  • Writer: Paola Amedei
  • Editing: Claudia Badalini e Katia Di leo
  • Revisione: Las tres

 

Vinática, Rocio Molina

Teatro Villamarta, Jerez de la Frontera – 4 Marzo 2012
Vinática
Rocio Molina

Baile: Rocío Molina.
Cante: Jesús Méndez (artista invitado).
Guitarra: Eduardo Trassierra.
Palmas y compás: José Manuel Ramos ‘El Oruco’, Miguel Ángel Ramos ‘El Rubio’.
Idea, coreografía y dramaturgia musical: Rocío Molina.
Música original: Eduardo Trassierra.

Una sensazione meravigliosa quella di uscire dal Villamarta e respirare un appagante silenzio complice e riflessivo fra i partecipanti allo spettacolo di stasera. Poche parole e la consapevolezza di aver assistito al lavoro di una donna geniale, creativa e stracolma d’arte.

Quando entriamo alla ricerca del nostro posto in platea Rocio Molina è già in scena e ci volge le spalle. Vinatica, è il nome dell’ ottava creazione della bailaora malagueña. Due, tre uomini di volta in volta le si avvicinano per brindare con bicchieri di vino e voci fuori campo, non comprensibili, rendono l’intera visione surreale e onirica. A tutto questo concorre la poca illuminazione, in un chiaroscuro che sa di notturno e di psiche, assolutamente attinente al tema trattato.

Il vino, l’alcol, la sua ebrezza e la sua dipendenza è il tema della spettacolo che si svolge fra frammenti di Alegrías, Siguiriyas, Bulerías interpretate “a modo” di Rocio Molina, con il suo baile e la sua riconoscibilissima personalità di ballerina.

Il livello del baile, della chitarra e del cante è assolutamente straordinario, dove straordinario significa davvero fuori dall’ordinario. Un momento di unione fra la danza e il teatro che non sempre e non necessariamente albergano nello stesso posto, e che qui ogni volta si uniscono. E allora con un aire insistente di pesantezza e tristezza, alimentato da un oscurità che non da tregua, che non lascia scampo, oppressivo come un labirinto mentale, come un vizio, si arriva alla Zambra di Pepe Pinto danzata con una pandereta luminosa, suonata da Rocio che è a tutti gli effetti una visione di una danzarina di altri tempi, come fosse un folletto o uno dei personaggi del Faust di Goethe e lei grandiosa con suoi movimenti affascinanti e la tecnica surreale.

Uno spettacolo astratto nell’estetica e assolutamente toccante nella resa della sua tematica. Ora frenetica, ora totalmente distesa, fra le note di un grandissimo Eduardo Trassierra, motore musicale che da corpo e anima alla produzione. La scenografia si avvale di silhouette di persone, casse nere e poco altro; ognuno di questi oggetti è utilizzato come strumento musicale e parte delle danze; primi fra tutti i bicchieri di vino, roteati, pieni, vuoti, frantumati dalla ballerina stessa e utilizzati per produrre suoni diversi quando decide di danzarci sopra. E ancora si danza sull’eco…e por Siguiriyas e Liviana, un duetto demoniaco posseduto dalla ritmica che si svolge fra lei e il palmero a golpe de nudillos.

Lo spettacolo si conclude con una ballata di Chopin con la bailaora sospesa con una chilometrica cola nera con la quale aveva iniziato lo spettacolo, una cola che ci perseguita e che ci tiene legati a qualcosa, che la tiene in bilico sul bordo del palco fluttuando fra le prime file di spettatori fino al buio totale, lasciandoci con un effetto quasi ipnotico.

Credo che ogni spettatore, qui più che in altri casi, sia libero di interpretare questo spettacolo come meglio crede o come più affine alla propria persona poichè ha a che fare con un argomento con mille sfaccettature tanto delicato e tanto vicino ad alcuni e probabilmente ritenuto distante e incomprensibile per altri. L’alcol come liberazione e condanna.  Un discorso contorto e semplice insieme che scorre fra schizzi e colori del vino, fra crepucolo e notte. L’alcol di solito chiamato ad alleviare le nostre pene diventa inutile, non riuscendo a restituirci quella tanto bramata serenità. Altri avranno interpretato forse in altro modo. Roberto Fratini, drammaturgo dello spettacolo e professore di Teoria della danza presso l’Università di Pisa descrivendo lo spettacolo si e ci chiedeva “si beve per ricordare o per dimenticare?”.

Fra i tanti commenti di fronte al Villamarta ne citiamo uno in particolare di un artista spagnolo da anni in Italia, che in merito agli spettacoli di Rocio ha detto, d’istinto fumando una sigaretta con gli occhi proiettati verso il cielo notturno andaluso: “È come entrare in una casa degli anni 20 e trovare un televisore a colori”. Un’artista di fronte a sé stessa. Un grande talento, una grande arte che respiriamo tutti attraverso la sua danza ipnotica e individuale.

Las Tres con tres copas de rioja!

Baile de palabra, Mercedes Ruiz

Sala la Compania, Jerez de la Frontera 1 Marzo 2012.
Baile de palabra
Mercedes Ruiz

Baile: Mercedes Ruiz
Cante: David Lagos
Guitarra: Santiago Lara

Il giorno dopo l’attuazione di Mercedes Ruiz, a Jerez piove. I giornali salutano il “cigno bianco”. Non so spiegare quanto quest’artista con i due grandi che l’accompagnano in questo spettacolo sia stata ieri notte vicina a ciò che immaginiamo sia l’essenza della sua persona. A nostro avviso, il suo spettacolo più bello, il più affine al suo baile, al suo movimento, alla sua arte. Grazia, bellezza, armonia: il baile di una donna che respira se stessa, il suo modo d’essere in una profonda fusione tra musica e canto, vissuta in modo assolutamente personale. Qui dentro Mercedes Ruiz c’è tutta. In passato ci è già capitato di vederla sulla scena, e a volte abbiamo avuto la spiacevole sensazione, di fronte a tanta bravura e bellezza, di qualcosa di mancante, o meglio di non completamente affine a quello che può respirare una qualsiasi persona che ha la fortuna di studiare con lei. In questo spettacolo la sua persona c’è tutta, un’assoluta sensazione di: “Ecco, questa è  Mercedes Ruiz”, la stessa che trovi in classe, la stessa che ti saluta per strada. Uno stato di grazia dunque, quello che si concede una persona che lavorando su se stessa e  arriva ad esprimere finalmente, e sappiamo tutti con quanta ricerca, quello che lei è nel suo profondo e nel suo animo.

‘Baile de palabra’ o sin palabras nel caso dello spettore 🙂 , è probabilmente la conclusione di un percorso cercato per anni e chi ha visto i suoi spettacoli non credo possa non aver avuto la stessa sensazione. Uno spettacolo lento come una poesia, lento come il formarsi del pensiero, della sensazione, di una storia d’amore. Intriso di dettagli di bellezza e d’ arte. Difficile probabilmente, complesso, articolato, sottile, di gusto, delicato. Tre persone: la bailaora, il cantaor David Lagos e il chitarrista Santiago Lara, un triangolo in cui magicamente si forma un mondo.

Mercedes Ruiz, tecnica impeccabile, contagioso nervio, sembra adesso aver trovato una maturità serena che le permette di godere ogni singolo attimo della scena. La complicità con gli artisti è palpabile. Sempre musicale e armonica, con i suoi pitos a trattenerci su un filo musicale anche nel silenzio, con le castañuelas a sottolineare cante e chitarra, con i silenzi dei suoi movimenti quando magicamente è il momento di repirare un’aire della chitarra o il cante prepotentemente straordinario e toccante di David Lagos; qualcosa di inebriante.

Mercedes, come se avesse capito che tutto ha un suo perché, questo perché si respira in ogni attimo… senza essere ripetitivo e come una storia narrata in cui ogni volta si legge un particolare diverso.
‘Procuro olvidarte’ di Manuel Alejandro cantata da David Lagos por Bulerías è stato qualcosa di assolutamente meraviglioso; la forza e la delicatezza che questo cantaor ha dato alla sua interpretazione, sottolineata dal baile di Mercedes è qualcosa che si avvicina all’opera d’arte, e lo spettatore respira e vive questa delicatezza come se facesse parte di ciò che sta vedendo.

Si passa ad una Bulería de Jerez, con cante e chitarra dei tre in piedi regalandoci in un attimo un piccolo pezzo di questa città e della sua grande energia.

Un solo di chitarra di un complice Santiago Lara, le cui dita suonano un tripudio di esperienza apre la Petenera e appare il cigno bianco, in riva al suo lago, tra fronde di salici piangenti. Bata de cola e Mantón che sono il proseguimento del corpo di Mercedes, tanta è la padronanza e la disinvolutura nell’utilizzo di questi due strumenti. Ma senza strafare, tutto segue un andamento che narra la bellezza e l’armonia, eterne protagoniste dello spettacolo.

Con la stessa grande padronanza si passa ad ecos de fragua che ci portano alla Seguiriya di cola negra, per scoprirla più austera e dura. È la volta di Lara che, posto a centro della scena, con la sua chitarra pulita e vigorosa introduce il cantaor al Pregón dell’uva e delle more cantando alla niña sobre el balcón 🙂 e passando al Caracoles. Che bellezza, non lo sappiamo raccontare! Lagos di un bravura che bisognerebbe farne un articolo a sé. Vestita con pantalone e chaquetilla,  dal pezzo affiora un’energia elettrica e antigua insieme, e Mercedes con quella sua figura snella e quelle spallucce civettuole… qualcosa d’altri tempi!

I saluti simpatici, come un ritratto di famiglia a flash di fermo immagini diverse che appaiono dal buio. Lo spettacolo conlude con una Granaínas. Un vero spettacolo di complicità e poesia… Olé los tres.

Guarda il video “Un terceto desgarrador” su Vimeo

  • Writer & Editing: Katia Di leo
  • Revisione: Las tres

De Flamenca, Marco Flores

Teatro Villamarta, Jerez de la Frontera 28 Febbraio 2012.
De Flamencas
Marco Flores

Baile: Marco Flores, Guadalupe Torres, Ester Jurado, Lidon Patiño
Cante: Inmaculada Rivero, Mercedes Cortés
Guitarra: Antonia Jiménez, Bettina Flater
Baile e Palmas: Ana Romero
Questa sera il Teatro Villamarta presenta De flamenca di Marco Flores. Uno spettacolo in cui quest’artista dimostra tutte le sue qualità come solista, coreografo e direttore. La particolarità dello spettacolo sta nel fatto che tutti gli artisti presenti, ad eccezione di Flores, sono donne. Uno spettacolo tutto al femminile dunque. Otto donne, ognuna delle quali danza, suona, canta insieme alle altre con assoluta personalità, in un susseguirsi armonico di contrasto e vicinanza. Perfino gli stili sono femminili: Mariana, Serrana, Liviana, Malagueña Una scena in cui la donna si mostra nella sua totalità: sensualità, dolcezza, forza ed energia.

Ognuno ha il suo momento speciale in questo spettacolo: Guadalupe Torres por Tangos, Lidón Patiño con la sua energia por Seguiriyas e Esther Jurado con un originale Fandango stilizzato, coreografia di Olga Pericet.

Il cante di Mercedes Cortés e Inmaculada Rivero. Entrambe grandiose. Inma, rimasta senza microfono ci ha involontariaente regalto dei magici momenti por Soleá con il cante de viva voz, facendo vibrare il teatro con i suoi quejíos. Flores, la cui Soleá rappresenta il suo secondo solo ci offre un baile virtuoso, elegante, energico, fluido e soprattutto personale.

Le chitarre suonano fra le mani di Antonia Jiménez, anche autrice delle musiche e di Bettina Flater; le palmas e alcune parti di gruppo sono danzate anche da Ana Romero.

Marco Flores oltre alla già citata  Soleá, ci regalerà una bellissima Cantiñas/ Romera in cui ci ha davvero lasciato col sorriso.

Tutto questo si svolge in una scena semplice e di grande gusto, a volte illuminata solo per metà, o con fasci di luce mirati, o nelle coreografie di gruppo avvolte da una pioggia di luce ed ombra.  Luci dirette ad immortalare un momento del cante, baile o toque; la scenografia minimalista ci concentra sul baile di gruppo e fa risaltare il solista; i costumi eleganti e non sfarzosi in nero e verde smeraldo cangiante sottolineano anch’essi l’atmosfera dello spettacolo: jondo e assolutamente moderno insieme.

Un bellissimo spettacolo. Olé por todo!
  • Writer & Editing: Katia Di leo
  • Revisione: Las tres

Miguel Lavi, los conciertos de palacios

Palacio Villavicencio, Jerez de la Frontera 28 Febbraio 2012.
Miguel Lavi
“Los conciertos de palacios”

Video della serata su Vimeo: Miguel Lavi, un quejío que ya es realidad from Festival de Jerez Televisión

Cante: Miguel Lavi
Guitarra: Manuel Parrilla
Percusión, Palmas: Carlos Grilo, Miguel Puyol

È il 28 Febbraio 2012, Palacio Villavicencio, Alcazar de Jerez de la frontera. Ore 19.00. Mentre fuori tramonta il sole, note di chitarra e di una voce arcaica e profonda percorrono i corridoi del palazzo. La sala, nei toni del rosso sangue e marrone cioccolato, è piena quando gli artisti entrano in fila passando fra il pubblico che applaude. Il cantaor che questa sera apre la rassegna Los conciertos de palacios, dedicata al cante, è Miguel Lavi, jerezano nato a la Plazuela, 30 anni. Accompagnato magistralmente in tutto il concerto dalla chitarra di Manuel Parrilla e da Carlos Grilo e Miguel Puyol alle palmas e ritmica con assoluta complicità e in totale comunicazione.

Il concerto si apre con Tonás con voce rauca e chocolateras. Si prosegue con un Tientos Tangos altalenando fra letras di Jerez e aires di Triana. La Malagueñas del Mellizo drammatica e sostenuta che Miguel intona con grande sentimento e consapevolezza  e la  Bulerías por soleá,  l’aspetto tragico,  fluttuante, potente. Un dolore e un sentimento che diventa magia nelle Seguiriyas, uno stile in cui a nostro avviso eccelle per la sua capacità di rompere la melodia, di tirare, straziare, graffiare con la voce e che finisce per ricordarci vecchi interpreti.

Un cantaor viscerale e profondo che ha ereditato molto dalla sua terra e dai cantaor che la rappresentano, di cui mostra ampia conoscenza. Il concerto si conclude con Bulerías divertite e divertenti composte da Bulerías cortas di Jerez e con aires plazueleros. Prima di uscire Lavi canta alcune letras di Fandangos natural con stili di El Gloria e Manuel Torre. Il pubblico è in piedi quando il quartetto esce e così è giusto che sia.

Un serata magica, in un luogo bellissimo, con un cante come Dio comanda: vero, viscerale, puro, rabbioso, dolce, come solo il flamenco di un grande interprete può regalare. Canta da quando era un adolescente Miguel Lavi, adora andare a cavallo fra le campagne jerezane«El flamenco es una cosa que florece en tu cuerpo» dice; molte persone sostengono che sentiremo parlaremo di lui. Non lo sapevamo l’anno scorso quando accompagnava le classi di Mercedes Ruiz al Festival di Jerez por Caña, ma già era infatti raro sentire un giovane interprete cantare uno stile così complesso. A breve uscirà il suo disco sperando che dentro vi sia un pò della magia che abbiamo respirato in quel salone.

Baci da Jerez.

Metáfora, Ballet Flamenco de Andalucía

Teatro Villamarta, Jerez de la Frontera 24 Febbraio 2012.
Metáfora
Ballet Flamenco de Andalucía, Istituto Andaluz del Flamenco

Video su Vimeo: La Metáfora de un Ballet orgullo de Andalucía from Festival de Jerez Televisión on Vimeo.

Solisti: Patricia Guerrero, Eduardo Leal
Bailarinas: Sara Vásquez, Ana Agraz, Marta Arias, Mónica Iglesias, Maise Márquez
Bailarines: Juan Carlos Cardoso, Ángel Fariña, Fernando Jiménez, Álvaro Paños
Cante: Fabiola, Manuel “El Zambullo”
Guitarra: David Carmona, Manuel de la Luz
Percusión: David “Chupete”
Artisti Invitati: Rocío Molina, Pastora Galván.

E dunque eccoci di nuovo a casa, a Jerez de la Frontera. Teatro Villamarta. Impossibile negare che il momento poco proficuo all’economica delle nostre terre si nota qui ancora più che da noi. Nonostante questo, essere qui ogni volta è come essere a casa. E mentre alle porte del teatro ha luogo una manifestazione di protesta, dentro ha inizio il XVI Festival Flamenco de Jerez.
Lo spettacolo che quest’anno apre il Festival de Jerez è una creazione del nuovo direttore del ballet e coreografo Rubén Olmo, che l’ha definita “un’allegoria alla vita” sottolineando che si tratta di qualcosa in cui la danza “si converte in un impulso necessario per il corpo e la mente”

Olmo ha lavorato su un testo di Nietzche “che parla della danza come una metafora del pensiero” che è di fatto spunto per il titolo della sua danza.

Per le scenografie Juan Ruesga ha ideato due elementi: una di simbolo intellettuale nella quale i musici sono seduti sopra un grosso “martinete”  e una seconda che vede un patio moresco stilizzato che dovrebbe metterci “in connessione con le radici”.

Il baile transita attarverso stili diversi fino ad includere la scuola bolera e le forme del flamenco più contemporanee. “Come se si trattasse di un omaggio a molte persone” ha detto Rubén Olmo.  Lo spettacolo è quindi così strutturato:

Prima parte: “Suite flamenca“, composta da cinque pezzi, dedicata come dicevamo ai ballets de antes, di Antonio, Pilar López, ecc…
Si inizia con “Oberturaspor Bulerías de Cádiz interpretata magistralmente dai preparatissimi e molto emozionati cinque uomini del corpo di ballo. Si prosegue con, a nostro parere, il pezzo più bello e d’impatto dell’intero spettacolo: una “Alegrías de Coral“, Cantiñas (Alegrías de Cádiz, Cantiña de la Contrabandista, Cantiña del Pinini, Bulería de Cádiz)  danzata dalle ballerine del ballet insieme ad una sorridente e coinvolgente Pastora Galván. L’impatto di queste donne che entrano in scena con  abiti mozzafiato con Batas de cola di innumerevoli volantes di un turchese che sembra provenire direttamente dalla Bahía de Cádiz, e con tanto di Mantón, eseguono una coreografia di Rocio Coral, rendendo tributo alla scuola sevillana, di cui Matilde Coral è per certo uno dei baluardes invencibles 🙂
Si prosegue con una TarantaEn sueño” creata da Olmo, Eduzardo Leal e Patricia Guerrero e danzata da questi ultimi.  Segue una interpretazione magistrale di Pastora Galván, in “De los Reyes” por Jaleos.  Il quinto pezzo che chiude la prima parte è costituito da Tangos eseguiti dall’intera compagnia.

La Seconda parte inizia con “La danza como expresión del movimiento“, danzato da Rubén Olmo di cui potete vedere un piccolo frammento nel video di apertura, la cui bravura è ovviamente indiscutibile e in cui il gioco di luci appare davvero bellissimo. Lo spettacolo evolve dalla danza stilizzata fino al folclore andaluso con aires di Málaga e Granada. Si prosegue con un primo e secondo pezzo interpretati da tutta la compagnia, denominati “Solo Danza” e “Esencias”. Il terzo pezzo è danzato da una meravigliosa Rocío Molina con “Caminante” e la conclusione è proposta dall’intero ballet composto da undici artisti nel pezzo “En cuerpo y alma”.

La presentazione al Villamarta ha contato sulla musica in diretta dell’Orquesta Sinfónica di Córdoba, sotto la direzione di Juan Luis Pérez.
La colonna sonora è di David Carmona, le luci del Premio Nacional de Teatro Gomez Cornejo, di cui sottolineaiamo funzionalità e bellezza.

Un beso desde Jerez.

  • Writer & Editing: Katia Di leo
  • Revisione: Las tres

Rafaela Carrasco, 15 Ottobre 2011

Ringraziamo Luca Fiaccavento per le immagini (Galleria completa)

Rafaela Carrasco, baile
Ricardo López, baile
Pedro Córdoba, baile
José Maldonado, baile
David Coria. baile
Pablo Maldonado, piano
José Luis López, violoncello
Jesús Torres, chitarra
Juan Antonio Suárez “Canito”, chitarra
Antonio Campos, cante
Gema Caballero, cante

«C’è sempre un passato e nel flamenco è profondamente radicato. Il passato costituisce la radice di ciò che siamo e facciamo oggi. Restare in esso è non stare nel presente. Viverlo dal presente è incamminarsi verso il domani. I brani di Canciones populares sono importanti per lo spettacolo di ieri e di oggi perché appartengono agli ascoltatori, perché siamo cresciuti con essi e sono parte di noi. Canciones populares costituisce oggi il mio punto di partenza per un possibile cammino verso ciò che verrà domani. L’idea fondamentale è quella di portare in scena la musica di un disco che è stato fonte di ispirazione per tanti artisti. Adattare i temi del 1931 al giorno d’oggi, con un’attitudine musicale, scenica e coreografica che differisce molto da quella dell’epoca, ma con la stessa volontà di far ascoltare al pubblico testi e musiche che appartengono al popolo, che raccontano la maniera di vivere di generazioni passate e sono ancora parte di noi» (Rafaela Carrasco)

Se l’intenzione era di catapultarci indietro nel tempo, assaporando quei toni leggiadri, nostalgici e tenebrosi degli anni trenta, Rafaela Carrasco, con il suo spettacolo Vamos al Tiroteo, versiones de un tiempo pasado, ci è riuscita perfettamente.
Penombre da Café de Chinitas. Bianco, rosso e nero i soli colori dominanti.  Cante, guitarra, violoncello e pianomusicos.
La scena si apre con una Rafaela Carrasco a suon di nacchere. Pantalone nero alto, camicia bianca e scarpe rosse. Sola, su di un palco buio, illuminata solo a tratti da una luce a compás con il suo ritmo. Subito dopo, il cante di Gema Caballero, sulle note di Zorongo Gitano, ti avvolge come il calore di un abbraccio di una madre al figlio. La sua voce limpida e calda ti penetra dentro e ti culla in quelle dolci atmosfere che faranno da corredo a tutto il suo canto. Volutamente il suo non sarà mai d’accompagnamento al baile.
A contrapporre la tonalità cristallina della Caballero, il cante profondo di Antonio Campos entra subito in scena con Anda Jaleo cantato a ridosso della bailaora, tipico rituale in tutti gli spettacoli della Carrasco.
Le Sevillanas antiguas aprono la porta ai quattro bailaores che con la loro energia e i loro zapateados caratterizzeranno tutto lo spettacolo.
Entrano avvolti nelle loro Batas de Cola e catalizzano tutto il pubblico ballando le Sevillanas del siglo XVIII. Belli, bravi e fieri e si avvolgono nelle loro code con una agilità femminea e irriverente.
Riproponendo il tema dello spettacolo, poco dopo la Carrasco entra in scena con un vestito bianco simile a quelli che indossava l’indimenticabile Argentinita nelle sue esibizioni dell’epoca, e duetta con David Coria. I loro corpi ballano e si avvolgono con un Mantón dai colori tema della serata.
Rievocare il passato e ricodificarlo nel presente, mantenendo gli stessi brani musicali contenuti in Canciones Populares, inciso nel 1931 da Garcia Lorca e La Argentinita, è la scommessa della Carrasco. Ma indubbiamente una scommessa vincente, raggiunta anche grazie alla collaborazione di due prestigiosi Maestri della chitarra quali Jesús Torres e Juan Antonio Suárez “Canito” che hanno saputo materializzare e mettere in scena questa trasformazione rendendola attuale come esecuzione ma con uno sguardo sempre rivolto al passato. Senza dimenticare al piano Pablo Maldonado e al violoncello José Luis López, suoi abituali creatori e realizzatori, che fanno parte dell’attuale Compagnia della bailaora sevillana.
E non per ultimo, la scelta di farsi affiancare al baile da quattro uomini, Ricardo López, Pedro Córdoba, José Maldonado e David Coria, che attraverso la loro potenza e i loro virtuosismi, hanno dato quell’impronta forte e decisa a tutto lo spettacolo. Indimenticabili nella coreografia dove ballano tra frange rosse calate dall’alto.

La tenuta del ritmo della Carrasco e la sua magistrale interpretazione trovano l’apice nel finale con un baile a palo seco con i quattro hombres. Velocità di esecuzione, intrecci di figure e giochi di luce, segnano lo scandire del compás e l’uscita dalla scena ad uno ad uno dei bailaores, fino a lasciare sola sulla scena, così come all’inizio, un’enigmatica ed emblematica Rafaela Carrasco. Una delle figure più rappresentative del baile flamenco di oggi. Una bailaora che sa andare avanti per la sua strada guardando il passato e vivendolo al presente. 

  • Writer: Paola Amedei
  • Editing: Claudia Badalini e Katia Di leo
  • Revisione: Las tres