Carmen Amaya

“Anoche soñé contigo
soñé que tu bailabas
anoche soñé contigo,
tu baile en mi corazón
las penas me las quitas
Carmen Amaya, Carmen Amaya
Carmen Amaya, Carmen Amaya
to’ el mundo te imita
nadie te iguala”
Alegrias di Luis Alvarado dedicata a Carmen Amaya

Carmen Amaya, nacque il 2 novembre 1915 a Barcellona, nella baraccopoli del Somorrostro, un quartiere gitano che esisteva al posto di ció che ora é la Vila Olimpica. Era figlia di un chitarrista chiamato Francisco Amaya, conosciuto come  ‘El Chino’, che si guadagnava da vivere suonando per le strade e per le taverne barcellonesi, e di Micaela Amaya, che ballava flamenco, ma solamente in famiglia durante le feste private. Doveva infatti, essendosi sposata a soli quattordici anni, riservare le sue forze per mandare avanti la sua numerosa famiglia di dieci figli, dei quali solo sei sopravvissero, tra cui Carmen. Quest’ultima apprese il baile “por la calle”: era antiaccademica, selvaggia, rabbiosa. Lo stesso bailaor Vicente Escudero (grandissimo artista dell’epoca) quando Carmen era solo una bambina, sconsigliò a suo padre di iscriverla a una scuola di baile perché il suo modo di ballare così spontaneo, naturale, personale, non andava modificato e contaminato da  canoni stilistici accademici.

Proprio con suo padre questa gitanilla scura e magretta, bambina di quasi quattro anni, cominciò ad esibirsi per le strade di Barcellona cantando e ballando. Alla fine racimolava le monetine lasciate dal pubblico. Si racconta  che quando tornavano al Somorrostro, all’alba, dividevano con gli altri gitani il pane e il vino avanzati che erano riusciti a raccogliere alle fiestas dove si erano esibiti.

Successivamente cominciò ad esibirsi all’interno di vari tablaos locali e all’età di dieci anni, La Capitana, così la chiamavano, debuttò a Madrid, in un locale situato all’interno del Palacio de la Música.
Sempre Vicente Escudero diceva di lei: “Questa gitanilla rivoluzionerà il baile flamenco, perché è la sintesi geniale di due grandi stili: quello della bailaora antigua, dalla cintura alla testa, con un braceo incredibile e una rara luminosità nello sguardo, e lo stile trepidante del bailaor nel suo prodigioso zapateado”.

Durante la Exposición Internacional de Barcelona (1929), il suo nome apparve per la prima volta in cartellone, e nel settimanale Mirador, un critico sagace, Sebastián Gash, parlò di lei: “Immaginatevi una gitanilla di quattordici anni seduta su una sedia in un tablao. Carmencita rimane impassibile e statuaria, altezzosa e composta, testimone della indicibile nobiltà della razza, ermetica, assente, disattenta verso tutto quello che succede al suo fianco, concentrata solo su se stessa in un atteggiamento tremendamente ieratico, per trarre ispirazione e permettere alla sua anima di raggiungere regioni solitamente inaccessibili. All’improvviso, un balzo.  La gitanilla balla. L’indescrivibile. Anima. Anima pura. Il sentimento fatto carne. Il tablao vibra  con incredibile brutalità ed eccezionale precisione. La Capitana è un prodotto grezzo della Natura. Come tutti i gitani, probabilmente è nata mentre ballava. E’ antiaccademica. Tutto quello che sa lo conosce gia dalla nascita. Lo spettatore rimane  soggiogato, frastornato, dominato dal suo viso, dai suoi feroci movimenti del bacino, dalla perfezione dei suoi movimenti e dalla fierezza delle sue vueltas quebradas, il cui ardore animale corre di pari passo con la sbalorditiva precisione con la quale le esegue. Il suo rabbioso taconeo è ancora impresso nella nostra mente come una cicatrice indelebile, così come il gioco incostante delle sue braccia, che ora si alzano eccitate, ora piombano verso il basso, arrese, abbandonate, morte, soavemente mosse dalle spalle. Quello che più impressiona nel vederla ballare sono i suoi nervi, che la fanno drammaticamente contorcere, il suo sangue, la sua violenza, la sua selvaggia impetuosità di bailaora di razza.”

Nel teatro ci fu il tutto esaurito e tanti gitani del Somorrostro non riuscirono a vederla, uno perché non aveva i soldi, un altro perché i biglietti erano terminati… così lei, quando se ne rese conto, andò nel suo barrio e ballò per la sua gente.

Nel 1935 la contattò l’impresario Carcellé e la presentò al Coliseum de Madrid. Probabilmente questa fu la autentica consacrazione di Carmen a livello nazionale.
Anche il cinema la contatta. Una piccola parte ne “La hija de Juan Simón“, con Angelillo protagonista. Poi, “María de la O“, gia da protagonista, con Pastora Imperio (con la quale qui a destra è ritratta nella foto).

All’inizio dellla guerra civile, nel 18 luglio del 1936, Carmen e i suoi si trovavano al Teatro Zorrilla di Valladolid, lavorando nella compañía di Carcellé. Dovevano raggiungere Lisbona con l’auto per chiudere un contratto, ma il mezzo le fu sequestrato. Senza mezzo di locomozione, né documenti per attraversare il confine, fino a novembre non poterono raggiungere il Portogallo. Dopo una serie di concerti in quella nazione, senza pochi contrattempi e problemi, riuscirono a imbarcarsi per l’Argentina, in una nave che impiegò quindici giorni per attraversare l’Atlántico. Carmen in un momento di difficoltà disse: “ Che vita questa! A terra i soldati e nel mare gli squali!

A Buenos Aires il trionfo di Carmen Amaya e i suoi superò ogni previsione. E fu l’inizio di una interminabile tournee per l’America del sud e gli Stati Uniti, dove si registrò ovunque il tutto esaurito. Anni e anni di successi che la portarono ad esibirsi in numerosissimi palcoscenici e a farsi conoscere da tanti personaggi dell’epoca, tra cui Roosevelt,il quale la invitò a ballare alla Casa Bianca e le regalò, stregato dalla sua persona, un bolerino tempestato di diamanti.  Carmen fece letteralmente a pezzi il bolerino regalandolo a tutta la sua compagnia.
L’America e il mondo si innamorò perdutamente di lei, che incarnava l’anima più pura della Spagna, dei gitani e del flamenco. Si innamorò di lei anche Sabicas, il grande chitarrista che fedelmente la accompagno in tutti questi lunghi “anni americani” e con il quale visse un’intensa storia d’amore.

Quando Carmen Amaya tornò in Spagna nel 1947 era gia un personaggio dalla fama indiscutibile. I lunghi anni americani le erano serviti non solo per affinare la sua arte, ma anche per far diventare il suo nome una vera e propria leggenda vivente. Parlavano tutti di lei, e raccontavano cose incredibili. Fu la prima donna a ballare con i pantaloni, e questo fece scandalo nella Spagna di quei tempi. Quello che è certo è che era una persona di elevata umanità.

I suoi colleghi la dipingono come una persona speciale. Affettuosa, semplice, molto umile. Era tanto timida e silenziosa con le persone che non conosceva, quanto sfacciata e aggressiva di fronte al pubblico.
Amava il palcoscenico, e già nel camerino emanava felicità da tutti i pori, ottimismo, entusiasmo.  Diceva ai suoi compagni: “Tutto quello che riesci a dare, dallo sul palcoscenico, senza risparmiarti. Abbandonati a quello che stai facendo”.
Lontano dal palcoscenico invece questa energia positiva lasciava spazio ad una sorta di tristezza latente, anche se in realtà non diceva mai che ci fosse qualcosa che non andava. Ma nei suoi occhi si leggeva a volte una profonda malinconia.
Era molto religiosa, e non si interessava di politica.
A quarant’anni, nel 1952, si sposò con il suo chitarrista Juan Antonio Agüero, che le disse: “Che faresti se chiedessi la tua mano?” e lei: “Tu chiedimela, nella migliore delle ipotesi ti dirò di si”. La cerimonia fu molto semplice, con soli dodici invitati. Dopo le nozze andarono subito a provare, che la sera stessa avevano uno spettacolo.
Amava la sua famiglia profondamente, e il suo grande sogno era quello di avere un bambino anche se purtroppo non riuscì ad esaudirlo.
Era molto generosa e non era legata al denaro. Lei stesa in una intervista dichiarò: “No, in verità non sono interessata al denaro; mi disturba, e non potrei andare a casa e coricarmi sapendo di avere tanti soldi attorno. Ci sono tante disgrazie per il mondo, e se per caso avessi qualche soldo, lo darei al primo che me lo chiede, e se non me lo chiede nessuno pago un pacchetto di sigarette (non si separava mai dalle sue Camel senza filtro) dieci volte il suo valore, almeno così me ne vado senza la preoccupazione di avere qualcosa tra le mani e posso dormire serena“.

Alle prove della sua compagnia era molto esigente, ma anche molto paziente, ripetendo tutte le volte che era necessario per ottenere il risultato desiderato. Comandava con lo sguardo, e a volte contraeva le mandibole e fissava con forza il malcapitato, scuotendo la testa e vagando per il palcoscenico borbottando. Nessuno osava suggerirle niente, era impensabile. E non provava mai le sue coreografie da solista, ma saliva sul palco e improvvisava seguendo il cante. Amava il cante jondo.
Quando le chiedevano come affrontava la paura di salire sul palcoscenico rispondeva:“Quando vado in scena penso di stare nel mio mondo magico, dove io sono la regina. Godo di quello che faccio e mi dimentico dei problemi della vita. Non guardo al pubblico, mi astraggo, vivo di quello che sto facendo e in questo modo lo trasmetto al pubblico”.

Nel febbraio del 1963, quando gia era una leggenda del flamenco, gira il film “Los Tarantos” dove interpreta la parte della sposa. Racconta Sara Lezana, bailaora di Madrid che partecipò alle riprese dell’opera: “Uno dei momenti più interessanti che ricordo fu quando si girò la famosa sequenza dove lei, in montagna, canta e balla por buleria. Era malata, faceva freddo e tirava un vento incredibile e per giunta il tablao che avevano predisposto era un disastro. Nonostante tutto, senza neanche scaldarsi, girò tutto alla prima ripresa. Quando terminò rimanemmo tutti sbalorditi e insieme ai tecnici e all’intera troupe cominciammo ad applaudirla come pazzi. Fu impressionante”.

Reclamata dai principali palcoscenici di tutto il mondo, dal 1960 al 1963, anno della sua morte per un’infezione renale, realizza continue tournee per Europa e América, finchè la sua malattia glielo permise. Ballò per l’ultima volta a Malaga.
La sua morte fu un enorme dolore per tutto il mondo del flamenco. Le fu data la Medalla del Mérito Turístico de Barcelona, il Lazo de Isabel la Católica e il titolo di Hija Adoptiva de Bagur. La sua sepoltura richiamò un gran numero di gitani della Catalogna e da diversi luoghi della Spagna e della Francia. Fu sepolta a Bagur, dove visse gli ultimi anni della sua vita e i suoi resti riposano attualmente a Santander, nel mausoleo di famiglia di suo marito. A tre anni dalla sua morte, nel 1966, si inaugurò il suo monumento nel Parque de Montjuic de Barcelona, e a Buenos Aires gli fu dedicata una via, mentre a Madrid, nel Tablao Los Califas, le dedicarono una serata in cui intervenirono tra gli altri Lucero Tena, Mariquilla e Félix de Utrera. Anche nel 1970, le dedicarono un altra serata a Llafranch (Gerona). La personalità di Carmen Amaya, artista che ottenne durante la sua vita l’ammirazione e la stima entusiasta di tutti i suoi colleghi, è stata trattata da diversi critici, flamencologi e scrittori, così come esaltata da poeti, tra cui Fernando Quiñones, autore del Soneto y letras en vivo per Camen Amaya.

Vogliamo salutare Carmen Amaya con una copla di Rafael de Leon:

Cuando Carmen
Cuando Carmen quedo quieta, a las claritas del alba
Y se hizo marmol su cuerpo, moreno de pura raza.
Barcelona,
Barcelona dando gritos, mando doblar sus campanas
Y se quedo sin aliento el Compás de la sardana.
Y en aquel momento mismo… se apago el son de la zambra!
Carmen gitana nacida de un sarmiento y de un coral.
Carmen era tu bata extendida, la cola de un pavo real.
Cuando pasaste la raya y tu llama se apago
Ya no canto la zumaya, ni la guitarra tembló,
Carmen, Carmen, Carmen… Carmen!
Se murió Carmen Amaya, y España entera lloro.
En Sevilla,
En Sevilla los espejos, con su cristal de agua verde,
En los tablaos comentaban:
Por que esa Carmen no vuelve?
La malena, La Malena hablaba sola
La Nina rompió sus peines
Y Juana la Macarrona encendió un velón de aceite.
La Giralda esta sin brazos y la Alhambra, sin cipreses.
Carmen! Gitana moruna de alfajores y de hollín.
Carmen! Era tu bata, una luna de nardo de Albaicin.
Cuando pasaste la raya y tu llama se apago
Ya no canto la Zumaya, ni la guitarra tembló.
Carmen, Carmen, Carmen… Carmen!
Se murió Carmen Amaya, y España entera lloro.
Del Somorrostro a la playa, ya su estrella se apago
Se derrumbo su muralla, como la de Jericó…
Carmen, Carmen, Carmen… Carmen!
Se murió Carmen Amaya, y el mundo entero lloro.

 

Carmen Amaya pa’ la historia:

Carmen Amaya in Maria de la O:

Carmen Amaya por buleria:

 Avete avuto la fortuna di assistere ad un concerto/spettacolo di questo artista? Siete al corrente di qualche aneddoto sulla sua vita che non abbiamo riportato? Aiutaci ad arricchire la pagina con il tuo prezioso contributo, ti aspettiamo! Scrivici a  flamencotequiero@gmail.com. Grazie in anticipo!

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