Enrique de Melchor

“Io sono felice, proprio felice, perché ho la mia famiglia: mia moglie, le mie figlie…e guadagno abbastanza per vivere bene; e sono ancora innamorato del Flamenco, che è la cosa più importante. Quindi non chiedo niente altro per essere felice, perché quello che faccio e che possiedo, è più che sufficiente.”  Enrique de Melchor

Enrique Jiménez Ramirez, conosciuto come Enrique de Melchor, è nato a Marchena, in calle Espíritu Santo, il 28 aprile del 1950, dove vive fino all’età di 12 anni, quando lascia la città per trasferirsi a Madrid dove il padre, Melchor de Marchena, lavora come chitarrista nel tablao flamenco di Manolo Caracol chiamato “Los Canasteros”. Proprio in questo tablao, al contrario di ciò che voleva suo padre, avverso all’idea che il figlio intraprendesse la carriera di musicista, Enrique apprende i segreti dell’arte di accompagnamento al cante e ottiene il suo primo ingaggio, all’età di soli quindici anni. Così lui stesso, in una intervista del 1999, racconta:

Quando mio padre lavorava a “Los Canasteros”, c’era un ragazzo che suonava davvero bene. Si chiamava “El Nani”. Tutti lo conoscevano. Quando lo vidi restai davvero impressionato dal suo modo di suonare. Un giorno mi chiese: “Tu non suoni come fa tuo padre?”. Io strimpellavo la chitarra, e quindi risposi “Non lo so….Sto studiando…”. Mi fece ascoltare una falseta che mi lasciò di stucco. Dissi a mio padre che volevo diventare un chitarrista, e rimasi con lui in una pensione di Madrid per studiare. Cominciai così a suonare insieme ai musicisti del locale, ma lo facevo dietro le quinte. Un giorno Caracol mi disse “Sei pronto per suonare?” e mi fece arrossire. Volevo morire, e con grande sforzo dissi “Si, sono pronto”. Lui rispose “Rimediati un abito che domani ci sarà il tuo debutto”. Avevo circa quindici anni…
Non avevo un vestito decente con me. Fu divertente perchè il sarto, Faustino Otero, un vecchio amico di Caracol e di mio padre, non mi prese bene le misure e l’abito era troppo grande per me. Suonai a Los Canasteros con un abito che era il doppio della mia taglia. Ma la cosa più importante per me era debuttare insieme a questi importanti artisti.
Sono sempre stato innamorato della chitarra. Ai tempi de Los Canasteros studiavo come un matto. Una sera Paco de Lucia mi ascoltò e si complimentò con me. Era molto giovane e stava appena cominciando una tournee per l’Europa. Mi propose di suonare con lui ed io imparai molto da questa esperienza. Trascorremo insieme un anno per i palcoscenici di tutto il mondo.

Ancora molto giovane incide il suo primo disco insieme al cantaor Antonio Mairena, e a soli 18 anni riceve il Premio Nacional de la Cátedra de Flamenco de Jerez e El Castillete de Oro de La Unión.

In un’altra intervista, a proposito di Mairena, Enrique racconta:

“Ero un ragazzino quando lo conobbi. Lo accompagnava mio padre. Avevo suonato in uno spettacolo con Sara Lezana, e poi dovevamo trasferirci a Barcellona per un altro spettacolo. Sapevo che mio padre stava registrando con Mairena in uno studio, e quindi, due ore prima di prendere l’aereo per Barcellona, li raggiunsi lí per ascoltarli. Fu così che mio padre chiese a Mairena se io potevo suonare qualcosa nel disco, e Antonio accettò. Gli piacqui tanto che prima di andare all’aeroporto, in due ore, feci con lui il disco intero. Quando mio padre era gia anziano, negli ultimi concerti di Mairena, fui io ad accompagnarlo”

Successivamente Enrique de Melchor entra a far parte dell’elenco di artisti del “Torres Bermejas”, accompagnando grandi figure del cante come Camarón de La Isla, La Perla de Cádiz, Pansequito, El Turronero, Fosforito, ecc.

Una volta consolidata la propria professionalità intraprende una ascendente e incomparabile carriera di registrazioni discografiche con le grandi figure del momento: Rocío Jurado, Chiquetete, El Lebrijano, El Fary, María Jiménez, José Menese, Enrique Morente, Vicente Soto Sordera, José Mercé, Carmen Linares ecc…

In ogni registrazione Enrique de Melchor supera se stesso, e allo stesso tempo assimila la maniera di cantare di ogni artista che accompagna, tant’è che viene considerato il numero uno nell’accompagnamento al cante. Quando gli hanno chiesto chi avesse desiderio di accompagnare lui ha risposto:

“Ho collaborato con tanti artisti, e non so se vorrei collaborare con qualcun altro. Mi piace la voce di Remedios Amaya, mi ricorda Camarón, che mi piaceva tanto… canta davvero bene. Non so…La Paquera… mi piace molto la sua voce; è come un torrente di passione. Non saprei…
Mi piace tanta gente, ma dopo aver lavorato con Caracol, Mairena, e tanti altri è difficile da dire. Mi piace la voce rauca e profonda di Fosforito. Mi piace Mercé. Il Lebrijano ha uno stile molto personale. In una fiesta potrebbe spazzar via chiunque con le sue Bulerías. 

Ci sono tante voci, ma non vorrei nominarle perché rischierei di saltarne qualcuna. Mi piace Rancapino perchè il suono della sua voce sembra provenire dall’aldilà. Ti spaventa quando canta…”

Ha seguito le orme di suo padre, Melchor de Marchena, ereditando da lui l’amore per la chitarra, anche se il suo stile è più complesso, più robusto e pulito rispetto a quello di suo padre, esponente del flamenco più “jondo” e tradizionale. Come suo padre, Enrique è in grado di adattare il suono della sua chitarra per accompagnare la voce del cantaor, e come lui è uno dei chitarristi più stimati del suo tempo.

Senza abbandonare definitivamente l’accompagnamento, decide di iniziare a comporre e di potenziare la sua attività di chitarrista da concerto, convertendosi in uno dei primi solisti della storia della chitarra flamenca.
A proposito di carriera solista, citiamo di nuovo le sue parole:

“Ho sempre provato un profondo rispetto per chi riesce ad incidere come solista, perchè mi sembra un’impresa molto difficile. Prima di riuscirci, devi appropriarti della musica, avere personalità, un buon orecchio… tante cose. Io riuscii ad incidere al ritorno dalla tournee con Paco”

Come solista percorre i più importanti palcoscenici del mondo: il Queen Elizabeth Hall di Londra, il Teatro Real di Madrid, il Liceo di Barcellona, il Carnegie Hall di New York, The Guildhall Bath di Londra, il Festival di Jazz di Madrid… Ha inoltre il privilegio di partecipare al Concerto della Orquestra Nacional de España nel Teatro dell’ONU, a New York, con Montserrat Caballé, José Carreras e José Menese. Con Paco de Lucia e Manolo Sanlúcar rappresenta uno dei vertici della geniale generazione dei grandi chitarristi spagnoli della storia.

Enrique de Melchor già aveva pubblicato tre dischi, ma è nel 1991 che comincia una nuova tappa discografica con FONOMUSIC, entrando nel suo miglior momento professionale.

Nel suo disco “La Noche y el Día“, Enrique de Melchor omaggia il cante, al quale deve molto, vantando la collaborazione di artisti eccezionali della taglia di José Menese, José Mercé e Vicente Soto “Sordera”.
Arcos de las Rosas” del 1998 è invece un magnifico esempio del suo percorso da solista. Racconta Enrique:

“In venti giorni riuscii a reperire tutto il materiale per fare il nuovo disco, l’ispirazione arrivò all’improvviso, e andai dritto in studio di registrazione.
 È strano perchè il cd ha otto canzoni, e quando ne avevo sette per me era già completo. Ricordo che era Domenica e me ne uscii con il brano “Danza de los gitanos” con Amancio Prada e Paco Rabal, e in un’ora fu terminato. Non potevo ancora suonarlo, ma trascorsi il lunedi lavorandoci sopra e due giorni dopo andai e lo feci. Pensai ad alcune letras e cercavo un cantante “non flamenco”, perché avevo un’altra cosa per la testa. Volevo qualcuno che la cantasse come se fosse un “trovatore”, un cantante folk. Un ragazzo della sala di incisione, Roberto, un mio amico, suggerì Amancio Prada e pensai che sarebbe stato perfetto. Per la parte recitata un’altra persona suggerì Paco Rabal e pensai che con la voce che ha sarebbe stato fantastico”

“In questo disco le mie intenzioni non erano le stesse avute in altre registrazioni, cioè “andare tecnicamente più veloce di chiunque altro”. L’ho fatto per me stesso. Ho voluto trasmettere quello che veramente sento. La risposta del pubblico è stata buona, perchè ne ha colto la freschezza del suono… è stato accolto bene. Ricordo che Félix Grande, quando gli chiesi perché la gente apprezzasse questo mio lavoro, mi rispose “Perché non hai voluto dimostrare niente. Hai già dato prova delle tue capacità, e ora lo stai facendo solo per te stesso. E il pubblico lo ha capito”. Mi ha fatto pensare”. Anche Paco de Lucia suona in questo disco.

“Terminai il Fandangos de Huelva, e quando ne parlai a Paco lui rispose “Ma che vuoi da me se il pezzo è terminato?”. Dissi che avevo concepito un fandango che lui poteva suonare, accompagnandomi nella parte finale. Fu bellissimo lavorare con lui. Oltre ad essere un musicista straordinario è anche una bravissima persona, e trascorse molto tempo con me. Penso sia uno dei migliori brani del disco, e uno  dei Fandangos de Huelva più belli degli ultimi tempi”

“Cosa posso dire di Paco? È il migliore! Lo conosco abbastanza bene. Se è tuo amico, lo è per tutta la vita perchè ci mette il cuore. È per questo che suona così. Mi sa che ne ha due o tre di cuori, non uno soltanto”

Con José Mercé ha registrato un eccellente disco intitolato “Caminos Reales de Cante” dove si cimenta nei palos preferiti da suo padre come la Siguiriya, i Fandangos, e le Soleares.

Di suo padre Enrique racconta:

“Studiare insieme a mio padre non fu mai noioso. Era così innamorato della chitarra che anche quando non doveva esibirsi la prendeva in mano e la suonava per ore. Gli piaceva suonare, come pochi al mondo, perché con la chitarra arrivi ad un punto che… Ci sono due modi per studiarla, uno è quando la suoni per puro divertimento e uno è quando ti sforzi per farlo. Preferisco il primo modo, ovviamente. A volte, visto che devi mantenere un certo livello, si è costretti a sforzarsi per studiare, e questa non è una bella cosa.  Ricordo che una volta, dopo che ero stato per un anno in Giappone a suonare, mio padre mi disse “Ti aspetteranno tempi difficili!”. Gli chiesi perché e lui rispose “Perché per fare le cose fatte bene, ci vuole un sacco di tempo; ma quando le fai nessuno può portartele via”. Sono vecchi detti popolari, che racchiudono grandi verità. Quindi ai chitarristi dico sempre di non scoraggiarsi, di non pensare “sta andando male” o “non c’è lavoro”… se ami la chitarra devi essere ottimista, e se vuoi arrivare da qualche parte riuscirai di sicuro a guadagnarti da vivere”

Ed Enrique ci è riuscito: con la sua musica rimarrà certamente nella storia del flamenco, nonostante un tumore, a soli 61 anni, abbia interrotto la sua vita. Da una ventina di giorni era ricoverato alla Clínica La Luz di Madrid. Con lui se ne è andato uno degli esponenti più prestigiosi della chitarra flamenca.

Così lo ricordano alcuni artisti:

La sua morte costituisce una perdita enorme per il mondo del flamenco. Una chitarra come Cristo comanda. Imprescindibile. Se ne è andato un grande amico e un maestro della chitarra.” – José Mercé
“Sapeva accompagnare il cante come oggi nessun altro sa fare. Era un chitarrista con una sua personalità, un suo marchio.” – Diego el Cigala.
Con Paco de Lucía e Manolo Sanlúcar, formava il gruppo privilegiato che sempre ha trainato il carro” – Marina Heredia.
La verità  è che provo una grande rabbia di fronte a questa malattia che si è impadronita della nostra società e che disgraziatamente vediamo come qualcosa di naturale, come nel XIX secolo si vedeva la rabbia. La prima cosa che ho pensato è stata: un altro, e di fronte a questa situazione, dove la malattia diventa normale e finisce per schiavizzarci provo una grande rabbia. Ebbi la fortuna di condividere il palcoscenico con suo padre quando ancora ero un bambino e questa ammirazione, affetto e amicizia si sono protratti fino ad Enrique. Era un uomo che aveva in sé la tradizione e che ricercava al tempo stesso l’avanguardia. Enrique è uno di quelli che ha capito che la chitarra va incontro a nuovi contenuti e basa il suo toque nella ricerca di armonia e complessità per valorizzare la nostra musica.” – Manolo Sanlúcar

La guitarra flamenca de Enrique de Melchor:

Pablo García Mancha intervista Enrique de Melchor il 14 de febrero de 2008, nella Bodegas Ontañón, per il programma Jueves Flamencos de TVR:

Por Soleá

Por Taranto

Por Bulerías

Por Granainas

Por Rumba

Fonti web:

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