Enrique “El Mellizo”

“Un gitano illetterato, ma con tanta musica dentro di sé tant’è che in Inghilterra è stato definito il Mozart della musica flamenca: un Falla analfabeta, ma ugualmente eterno”
Fernando Quiñones

Enrique “El Mellizo” è universalmente considerato come il principale pilastro del cante flamenco gaditano e non solo. Cominciamo a conoscerlo attraverso alcuni dati biografici.

Francisco Antonio Enrique Jiménez Fernández, questo il suo nome anagrafico, nacque il 1° dicembre del 1858 in calle Mirador, all’allora numero 29, del barrio gaditano Santa María. Fu battezzato dopo 4 giorni nella parrocchia di Santa Cruz. Figlio di Francisco Antonio Jiménez e Carlota Fernández. Suo padre si sposò in seconde nozze con sua cognata, sorella della sua sposa defunta. Questo fatto costituì un ostacolo perché avvenissero le nozze, che si tennero quattro anni dopo la nascita di Enrique quando già avevano avuto sei figli.

Enrique a sua volta si sposa l’8 Febbraio del 1874 con Ignacia Espeleta Ortega, figlia del torero Francisco Espeleta Machuca e della cantaora La Jacoba. Da questa unione nascono tre figli: Antonio El Mellizo, Enrique el Morcilla e Carlota, tutti bravi cantaores che come il padre non lasciarono nessuna registrazione. 

La professione del nostro protagonista fu la stessa di molti dei suoi antenati: “mulabardó” (macellaio) nel Mattatoio Comunale. Il mattatoio era situato a fianco di quella che era la Cárcel Real, proprio nel luogo dove oggi sorge la carismatica Peña Flamenca “La Perla”.

Affiancava la sua attività professionale con quella di puntillero, nella quale risultava essere ben dotato formando parte delle cuadrillas di famosi matadores tra cui Manuel Hermosilla, El  Lavi e el Marinero.

Nell’epoca in cui visse El Mellizo, Cadice era sede di numerosi e importanti teatri e diversi Café cantantes, che tanto contribuirono alla diffusione del flamenco. Vi erano inoltre numerosi e illustri cantaores, come Francisco Fernández Boigas “Curro Durse”, Enrique Ortega, “La Jacoba”, Enrique Cruz “El Macaca” (primo gaditano ad effettuare un’incisione),  “La Macaca”, Paquirri el Guanté, Francisco La Perla, Los Ferias, Los Espeletas, Perico Piña “El Viejo de la Isla”,  María Borrico, Las Cachucheras La Rubia de Cádiz, Romero El Tito, Tío José el Granaíno, Teodoro Guerrero Cazalla “El Quiqui”,  Diego Antúnez… tant’è che possiamo considerarla la  “edad de oro del flamenco gaditano”.

Nonostante questi ilustri predecessori, possiamo però affermare che la scuola cantaora di Cadice si fonda proprio sui cantes del Mellizo, che era solito esibirsi durante riunioni familiari o tra amici. Proprio attraverso queste esibizioni riscuote da subito un caloroso successo. In una festa, tenutasi a Jerez nel 1886 dedicata al torero Hermosilla, del quale El Mellizo, oltre che puntillero, era amico intimo,  conosce Antonio Chacón e rimane stregato dal suo cante. Proprio El Mellizo sarà principale sostenitore per far si che “el joven jerezano” si esibisse nella famosa Velada de Los Ángeles nell’attuale Parque Genovés di Cadice.

Successivamente, insieme a Chacón, trionfatore di ogni appuntamento flamenco, che sempre riconobbe El Mellizo come suo maestro, organizzò un festival nel 1894 per raccogliere fondi destinati al pagamento per la liberazione di suo figlio Antonio, dal servizio militare e evitare così il suo possibile invio alle colonie. Questo festival si tenne nel teatro Eslava dove El Mellizo cantò la sua famosa Seguiriya.

 Mira la vergüenza
que me has hecho pasar
de andar pidiendo limosna de puerta en puerta
por tu libertad

Enrique el Mellizo era infatti in grado di trasmettere ogni suo sentimento attraverso il suo cante: la sua maniera di amare e di odiare, le sue gioie e i suoi dolori, la sua disperazione… il cante era per lui una valvola di sfogo per dar voce ai suoi sentimenti più profondi.  Come non ricordare la Seguiriya che cantò come pazzo, quando perse sua figlia di soli 8 anni:

 Llamarme al médico
llamarme al doctor
que se me arrancan las alas de mi cuerpo
de mi corazón.

Oltre alle attività di mattatore, puntillero e cantaor, il nostro ammirevole personaggio aveva tempo per trascorrere interminabili ore nella chiesa di Santa Cruz ascoltando l’organo e immergendosi nei canti gregoriani che invadevano la Cattedrale.

A volte sprofondava in uno stato di profonda malinconia. Il padre di Manolo Caracol raccontava di lui: “Certe volte nel pieno della notte, in solitudine, si recava al convento dei Cappuccini e stava lì a cantare per i pazzi (vicino c’era un manicomio,-n.d.r.); altre volte andava alla muraglia e eseguiva un cante che faceva drizzare i capelli anche all’uomo più calvo del mondo. E quando gli girava, potevi dargli tutto l’oro del mondo che non ti cantava: perferiva restare solo e cantare per i poveri, per i pazzi o per l’acqua del mare”.

È molto probabile che Enrique el Mellizo, oltre ad essere di natura cagionevole, soffrisse di bipolarismo. El Mellizo morì il 30 Maggio del 1906 dopo una lunga e intensa agonia provocata dalla tubercolosi. Il giorno seguente fu pubblicato questo articolo nel Diario de Cadiz:

Morì ieri il popolare e veterano maesto Enrique Jiménez (“El Mellizo”). Più che come puntillero e banderillero era conosciuto da tanti aficionados per la sua straordinaria abilità e per il suo stile personale nel cante andaluso. Le sue Malagueñas erano così tanto intrise di sentimento, arte e passione che fecero scuola, ispirando i più rinomati cantaores fra i quali Chacón, Fosforito e altri, che seguirono El Mellizo considerando il suo dolce canto come il non plus ultra in quanto a gusto ed espressività. L’arte del Mellizo, pura e sentimentale, era sprovvista di contaminazioni e contorsioni, poiché egli stesso vedeva nei Tangos e in altre “chirigotas” che oggi vanno di moda, la rovina del cante andaluso. Da molto tempo non cantava: la malattia, la vecchiaia e il fatto che erano rimasti in pochi a conoscere e a comprendere la sua ammirevole maniera di interpretare, lo rendevano restio ad esibirsi. Di tanto in tanto partecipava a qualche riunione con vecchi amici, con i quali era solito scambiare battute spiritose e piene di acume, tipiche del sentire gaditano. E sempre per loro, a volte, cantava qualche emozionante Malagueña. Parlando della “fine de cante”, durante un incontro tra amici, si lamentava del fatto che era impossibile trovare cantaores visto che l’arte si era talmente evoluta che poteva essere prodotta  in scatola, come il tonno.
Enrique Jiménez era probabilmente l’ultimo di quella generazione di artisti puri e persone “de gracia”, che nella seconda metà del secolo scorso, si fecero notare per la loro afición  al toreo, ai cantes de la tierra e al senso dell’umorismo tipici dell’Andalusia. Riposi in pace il veterano maestro e riceva la sua famiglia, specialmente i suoi figli Antonio e Enrique, eredi dell’arte del loro padre, le condoglianze per la disgrazia che stanno vivendo.”

Da questo articolo possiamo dedurre che El Mellizo godette in vita di una certa notorietà tra gli aficionados flamencos e gli ambienti artistici, tant’è che il giornalista lo chiama “maestro”. La sua fama si era diffusa in maniera del tutto naturale “per sentito dire”, come le buone pubblicità. Non incise benché ai suoi tempi si cominciasse a commercializzare qualche registrazione su cilindro di cera. El Mellizo si tenne sempre lontano dalle sale di incisione, che erano da lui viste come una minaccia per l’arte e la purezza del cante. “L’arte non si può inscatolare” era solito dire. Il flamenco per lui doveva essere fatto solo dal vivo.

Il Comune, in seguito alla richiesta della associazione degli abitanti del Barrio de Santa María, fece intitolare una strada a suo nome e fece erigere un busto del celebre cantaor nella calle Santa María. Anche una famosissima peña flamenca gaditana porta il suo nome.

L’unica immagine pervenutaci di questo illustre cantaor, la dobbiamo ad Augusto Butler Genis,  “Máximo Andaluz”, che fu colui che la individuò e la diffuse. Butler sapeva che questa foto era in possesso del cantaor jerezano Juan Flores Pomares “Juan Jambre” in quanto Antonio “El Mellizo” gliela prestò quando faceva il servizio militare nella capitale gaditana, con l’intento di farsela duplicare, ma non gli fu mai restituita. Nel 1940 Augusto Butler si trovava nel tabanco jerezano “El Callejón” sito nella Lencería, e il caso volle che in quello stesso momento entrasse Juan Jambre, che oltre a dichiararsi un fervido ammiratore di Enrique el Mellizo, gli disse di possedere la sua unica foto esistente. Subito andò a casa sua per visionare la foto e accompagnato da un fotografo poté riprodurla.

Che Enrique El Mellizo fu un cantaor completo e prodigioso nessuno lo mette in dubbio, ma è in veste di “compositore” che maggiormente si distinse. Le sue composizioni presentavano una musicalità innata e sublime, in cui lasciò impressa la profonda impronta della sua personalità. D’altra parte ancora oggi risulta quasi impossibile trovare un festival o un recital flamenco dove non si canti nessuna delle sue belle composizioni: Enrique è stato l’autore più interpretato di tutti i tempi. Di lui possiamo ricordare le Malagueñas doble y chica, tre stili di Soleares, due di Siguiriyas, i Tientos che ancora ai suoi tempi chiamavano Tangos, la Montañesa flamenca, uno stile di Alegrías e molto probabilmente la Saeta flamenca.

Il maestro ebbe illustri “discepoli”, tra cui ricordiamo Aurelio Sellés, Antonio  Chacón, Manuel Torre, Fosforito el Viejo e el Niño de la Isla, con l’importanza trascendentale che questi hanno avuto a loro volta.

El Mellizo in realtà non inventa niente. Non inventa le Alegrías, e tanto meno i Tientos; fa qualcosa di più straordinario incarnando la pura essenza della suprema creatività gitana: trasforma e ordina sonorità facendo da ponte imprescindibile tra elementi arcaici e popolari, ma già flamenchi, a eccezione della Saeta, in elementi che andranno a costituire punti di riferimento obbligatori perché il cante diventi come lo conosciamo oggi. Di seguito cerchiamo di capire il suo prezioso apporto ai diversi palos flamencos.

Malagueñas
Ci si chiede se la Malagueña grande che si attribuisce a Enrique El Mellizo sia stata influenzata dalla Malagueña che cantó sua suocera Dolores “La Jacoba” durante quella serata di Santiago y Santa Ana nella Triana della metà del XIX secolo, quando ancora lo stesso Mellizo non era neanche nato. È curioso quando Estébanez Calderón nella sua opera Escenas Andaluzas ci descrive che i presenti, inclusi El Planeta e El Fillo, arrivarono alla conclusione che ciò che cantò la gitana Dolores “La Jacoba” non fu semplicemente la Malagueña de Jabera (gia in voga a quei tempi) ma qualcosa che probabilmente influenzò la succesiva creazione del Mellizo: “ella cantò un’altra cosa con diversa intonazione, con altri accenti più difficili da interpretare e che per il nome di colei che la intonava con tanta grazia poteva essere chiamata ‘Dolora’“. La copla iniziava con un attacco molto difficile dal sapore marcatamente malagueño, per poi ritrarsi e lasciare spazio a melodie proprie al Polo Tobalo, con molta hondura e che prevede una gran forza di petto, concludendo con un finale che riprende le sonorità iniziali. La musicalità sembrava inoltre influenzata dal canto Gregoriano. Disse Aurelio Sellés a Blas Vega quando questi gli chiese circa la malagueña: “… queste del Mellizo non sono Malagueñas, sono una cosa rara”. “-E lei da dove crede che derivino? Da dove trasse ispirazione per crearle?“– “Secondo me dalla melodia del Romance di Bernardo el Carpio”. Per Amós Rodríguez Rey la sviluppò invece partendo dall’introduzione della messa gregoriana. Qualunque sia la risposta giusta, tutti concordano col dire che le Malagueñas del Mellizo sono le più maestose, solenni e difficili da interpretare. Ce ne sono circa una quarantina. È comunemente accettato che in questo cante el Mellizo ha due successori, e il più fedele è senza dubbio  El Niño de la Isla.

Un altro che seguì le orme del Mellizo, o meglio di su figlio El Morcilla, è Aurelio Sellés. Secondo Blas Vega la Malagueña Chica nacque nel 1903 (quando Enrique aveva 55 anni)  nel Puerto de Santa María durante una festa dove cantavano El Mellizo e Chacón, in un momento in cui a Enrique, già malato, mancarono le forze. Se prima la Malagueña che interpretava era pura e dura (quella che da questo momento in poi si chiamerà “doble”), successivamente non riuscendo ad eseguirla per motivi di salute ricreò questo cante accorciandolo; nacque così la Malagueña Chica,  di cui ascoltiamo una registrazione di Aurelio Sellés.

Un egregio esempio di Malagueña Doble possiamo ascoltarlo in questo video di Pericón de Cádiz accompagnato dalla chitarra di Felix de Utrera:

Tientos
Fu proprio El Mellizo a dar forma a questo cante così come oggi lo conosciamo, attingendo probabilmente da un repertorio del passato dove è doveroso citare El Marrurro come principale interprete, che seppe dare ai Tangos particolare solennità e pathos. Fu poi Chacón che contribuì a diffondere l’opera del Mellizo (fu proprio questo cantaor che utilizzò per primo il termine “Tientos“), seguito poi da Manuel  Torre,  La Niña de Los Peines e Aurelio Sellés; qui una sua interpretazione:

Soleares
Come detto El Mellizo fu artefice di tre stili di Soleares. Ascoltiamone alcuni esempi.

Primo stile: Aurelio Sellés – “Que la ausencia causa  olvido”

Secondo stile: Manuel Torre – “Mira que cosita mas sensible” (min. 1.22)

Terzo stile: Niño de Cabra  – “Ya sale la luna llena” (min. 2.15)

Siguiriyas
Paradossalmente l’aire che imprime alle sue Siguiriyas non è quello di Cadice, bensì quello di Los Puertos. Ne sviluppa due stili: il primo ispirato a quello di Triana e il secondo totalmente originale. Quest’ultimo è impregnato di tutta la sua genialità compositiva.

Primo stile: Pepe de la Matrona “Como la tortorita”

Secondo stile: Antonio Mairena “Dinero” (dal min. 5.40)

Alegrías/Cantiñas
A Cadice si cantavano già all’epoca del Mellizo, che lasciò anche su questi palos la propria impronta, creando una Cantiña più riposata e solenne. Un buon esempio è quella incisa da Aurelio Selles “Que le llaman relicario“:

 

Montañesas flamencas
Le Montañesas flamencas costituiscono un vecchio stile di “cante aflamencado” proveniente dalle province spagnole del nord. Fu proprio Enrique el Mellizo uno dei principali artefici di questo cante, ma non avebd in nostro possesso la traccia e non avendola reperita nella web non possiamo ascoltarla; venne incisa nel 1910 dal Niño de la Isla.

Saeta
In generale tutti gli studiosi concordano nel considerare il nostro protagonista come personaggio chiave per conoscere la Saeta nel suo formato attuale. Ciò non vuol dire che prima di lui le Saetas non esistessero. Quello che il geniale cantaor fece fu afflamencare canti liturgigi popolari già esistenti, opera proseguita da altri illustri personaggi come Chacón, Centeno, Torre e Pastora. Questi canti cessarono di esistere nella loro versione popolare per lasciare posto alle Saetas che oggi conosciamo. Aurelio Sellés gli attribuisce quella che dice:

Descoyuntado y descalzo
va caminando Jesús
las fuerzas le van faltando
ya no puede con la cruz
y un hombre le va ayudando.

Vorremmo concludere con le parole di Fernando Quiñones, uno dei flamencologi che più si è occupato della vita e del cante di questo eccezionale artista: “… La sua fama si diffuse in una epoca in cui non c’erano dischi o mezzi di comunicazione, lì dove si cantava o si discuteva di flamenco, senza dissensi o discussioni: c’è infatti poco da discutere sulle manifestazioni e sui fenomeni naturali; bisogna accettare il temporale, la primavera, il moto ondoso del mare… E qualcosa di simile alla potenza del tuono, alla delicatezza della primavera e alla forza delle onde si può ritrovare nei cantes del Mellizo. Qualcosa al tempo stesso violento e tenero, chiaro e misterioso, insolito e grandioso, la cui combinazione è stata resa possibile dal suo genio… ” .

Fonti web:

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