Farruco

“Soy un gitano verdadero, de los más puros. He perpetuado mi raza y guardado con tesón nuestras costumbres.”
Antonio Montoya Flores “Farruco”

Antonio Montoya Flores “Farruco”, rappresentante del baile gitano più puro e genuino, nasce a Pozuelo de Alarcón (Madrid) nel 1935. Patriarca di una numerosa famiglia gitana, quella dei Montoya, si è sempre contraddistinto per il suo carattere ribelle e indipendente, che lo ha portato a rivendicare rabbiosamente la sua appartenenza alla razza gitana attraverso la sua inconfondibile arte. Il suo baile non ha niente a che vedere con il mondo accademico, ma deriva dall’espressione naturale della sua gente, i gitani,  tramandata da generazione a generazione.

Farruco con suo figlio

Raccontava con orgoglio che era riuscito a far accasare le sue cinque figlie, attraverso cinque “bodas de gloria“, festeggiate rigorosamente secondo la tradizione gitana. Nelle sue parole e nel suo baile viene espressa con chiarezza tutta la fierezza e l’orgoglio di essere gitani.

Nipote del geniale chitarrista Ramón Montoya, ha fatto parte di una famiglia di gitanos canasteros. Erano anni difficili quelli. Suo padre fu ucciso dai fascisti di Franco durante la guerra civile spagnola (1936-1939). Farruco dovette presto imparare a guadagnarsi da vivere e lo face confezionando cesti di vimini. Con gli altri gitani si spostava con i carri e dormiva in qualche rifugio sotto i ponti. Cominciò a ballare imitando con i piedi il suono prodotto dagli zoccoli dei cavalli che trainavano i loro carri.
Il nome artistico, insieme alla grande espressività nel baile, lo ereditò da sua madre, che veniva chiamata “La Farruca”. Si sposò a quattordici anni, a quindici diventò padre, a sedici vedovo (successivamente si risposò) e a trentatrè anni era nonno.

Un giovanissimo Farruco nella locandina della compagnia di Pilar Lopez

Cominciò a ballare molto giovane negli spettacoli ‘Galas Juveniles’ e ‘Los Chavalillos de España’, per poi collaborare con grandi artisti come Lola Flores, Manolo Caracol e nel 1955 nella compagnia di Pilar López, con la quale riscosse un successo fenomenale nel Palace de Londres (per diciotto volte fu aperto il sipario, in seguito alle ovazioni del pubblico che richiedeva il bis). Poi lavorò nei tablaos El Corral de la Morería e El Duende di Madrid, e fece parte della compagnia di José Greco viaggiando per tutti i continenti. Alla fine degli anni sessanta formò con Matilde Coral e Rafael El Negro il gruppo “Los Bolecos”, esibendosi in diversi tablaos e festival. Nel 1974 il suo unico figlio maschio, che chiamava “Farruquito”, morì a 18 anni in un incidente d’auto, ed era già un bailaor che incarnava perfettamente l’arte ereditata dal padre. Per il patriarca fu un colpo durissimo, dal quale si riprese dopo tanti anni. Cadde in una lunga depressione durante la quale abbandonò il baile per un lungo periodo.

Con due delle sue figlie, Rosario La Farruquita e Pilar, formarono il gruppo Los Farrucos nel 1977. E sempre con la sua famiglia registrò il documentario per la tv “Bodas de Gloria” per Canal Plus.

Con lo spettacolo itinerante “Flamenco Puro”, del 1986, presentò la sua arte in tutto il mondo. Sempre nello stesso anno fondò la sua scuola di baile. Inoltre apparse in “Flamenco”, il film di Carlos Saura, due anni prima della sua morte. 

Sul palcoscenico Farruco emanava tutta l’autorità di un vero e proprio re gitano: con la sua prominente pancia, il cappello sul capo e le braccia protese in avanti era riuscito a trovare un armonioso equilibrio tra il rispetto delle tradizioni e la sua propria libertà di espressione.  In una delle sue ultime interviste (era già malato) Farruco criticò l’attuale tendenza del baile flamenco, dove tutto sembra girare attorno alla tecnica: “In questi tempi tutto è artificiale. Metti un pezzo di plastica in una macchina e viene fuori il baile. Non bisogna metterci troppe figure e cose all’interno. È sufficiente alzare un braccio, ma bisogna sapere come alzarlo, senza bisogno di esercitarsi. Devi essere in grado di farlo cercando dentro di te. Un ballerino ripete gli stessi passi tutti i giorni, un bailaor no”. Non era preoccupato che Farruquito avesse o meno imparato questa lezione. “È un ragazzino precoce. A un anno sapeva già contare fino a dieci”.

Il Farruco è uno dei più singolari bailaores dell’ultimo secolo, e raramente un bailaor con le sue caratteristiche fisiche è riuscito a trasmettere tante emozioni attraverso la danza. Come detto, egli non era interessato a virtuosismi d’effetto o a un’eccessiva teatralità. La sua danza era puro istinto.  Corpulento com’era sembrava volesse fare il minimo sforzo sul palcoscenico, muovendosi lentamente e limitandosi ad alzare le braccia e a schioccare le dita. Ma in un istante coglieva tutti di sorpresa e, come se fosse posseduto da qualche forza demoniaca, era in grado di fare scintille. Il “duende” e l’emozione trasmessi dalla sua danza erano unici, e la sua conoscenza del compás era impeccabile.

Nel 1992  ricevette il premio “Compás del Cante“.

Farruco morì a Siviglia il 17 dicembre 1997, quando già aveva riposto tutte le sue speranze in suo nipote, soprannominato anch’esso Farruquito. Durante spettacoli familiari, nel cinema (in “Flamenco” di Carlos Saura”), nel documentario “Bodas de gloria”  è evidente lo stretto legame che instaura con il nipote, volto a trasmettergli tutte le sue conoscenze del baile.
La sua fama e la sua scuola non cessarono di esistere dopo la sua morte, tant’è che la sua danza continua ad essere lo specchio della forza, del temperamente e del genio dei gitani più genuini.

Vogliamo concludere questo “recuerdo” con una colorita intervista che il giornalista Manuel Bohorquez fece a Farruco pubblicata ne “El Correo de Andalucia” l’8 novembre 1996. Ne riportiamo di seguito la traduzione.

Va a dormire nel Barrio E del Poligono San Pablo, però praticamente vive nella calle Salteras del quartiere di Su Eminencia, in un piccolo locale con un minuscolo bancone dove sempre invita e dove stanno tutti i ricordi di una vita dedicata al baile. È il bailaor più flamenco di tutti i tempi, ne è consapevole e si comporta di conseguenza. Siviglia non gli ha reso onore però sa che esiste e quando non lo vede su un palcoscenico se lo immagina o lo sogna. Diverse volte l’anno va a fare spettacoli all’estero e con i soldi che guadagna trascorre il tempo libero insegnando ai suoi tre nipoti i segreti del suo baile virile. Uno di essi, Farruquito, è la sua fotocopia vivente: ballò per quindici secondi alla passata Biennale e fece impazzire il pubblico presente.
Gli occhi di Farruco sono impressionanti. Il suo sguardo nero come una notte senza luna mette soggezione. È arrabbiato, e non ha peli sulla lingua.

Ha sofferto molto durante l’ultima Biennale?
– Per il flamenco è stato un duro colpo, le uniche vere randi presenze sono state: Juana la del Revuelo e Naranjito de Triana. Gli altri, a parte qualche eccezione, sembra che José Luis Ortiz Nuevo li abbia trovati al mercatino. Ed è stato un peccato, perchè tante volte c’è stato il “tutto esaurito”.

– Non le è piaciuto El Güito?
– Mi piace molto El Güito, però ha ballato come un soldato.

– È molto critico con i bailaores, soprattutto con i più giovani.
– Non mi piace che i giovani ballino mezzi nudi come fa qualcuno. E mi piacerebbe che venissero esaminati come si faceva ai miei tempi… piacerebbe a me esaminarli. Qualcuno lo manderei a spaccare la legna in Guinea, qualcun’altro a lavare le divise dei legionari.

– Suo nipote è un altra cosa
– Il mio Farruquito sa fare venti bailes con cantaor e chitarra e li fa “flamenchi”, come si devono fare. Potrebbe insegnare a tanti nuovi bailaores.

– Non condivide il lavoro svolto da Joaquin Cortes e Antonio Canales?
– Se continuano così il baile flamenco ne risentirà molto. Canales è più legittimato a ballare rispetto a Joaquin Cortés. Io non mi azzarderei a chiamare flamenco quello che fa Cortés.

Come intende lei l’evoluzione del baile?
– Ballare classico spagnolo o danza moderna su un ritmo di Alegrias o Soleá non è evoluzione; non è niente. Non mi piacciono quelli che parlano di evoluzione e fabbricano il baile come si fa con la plastica. Se non possiedi l’essenza, il sapore, la memoria e l’arte, tutto è finto, è di plastica… solo tanto studio e tanto esercizio.

– Pensa che si vada perdendo l’insegnamento del baile di sempre?
– Certamente! Ci sono buoni insegnanti, ma una volta c’erano accademie migliori: quella del Estampio, La Avendaña, Frasquillo, Carito… Erano bailaores e bailaoras, non ballerini e ballerine. Prima la differenza tra ballerino e bailaor era più chiara: invece ora si sono fusi gli stili e per assurdo, le donne vogliono ballare con più forza e più “palle” degli uomini, e gli uomini vogliono ballare come le donne. Il bailaor deve ballare come un maschio, non come una femminuccia!

– Perchè rinunciò a montare una coreografia per la Compañia Andaluza de Danza?
– Perchè quelli del balletto non mi piacevano per lavorarci insieme. Il giorno che mi chiederanno di montare qualcosa di flamenco dovrò essere io a scegliere quelli che vi parteciperanno, perchè non posso fare niente insieme a ballerini che si muovono come femmine. E questo difetto non è facile da correggere.

– Lei balla molto poco in Spagna.
– In venti anni ho ballato tre volte. E a Sevilla meno che mai.

– Perchè?
– Perché il “flamenco pop” ha più successo di quello tradizionale.

– Per caso non le piace Siviglia?
– A Siviglia non devo niente. Mi ha dato solo il compás del cante.

– Quali sono i suoi progetti?
– Ora vado in Inghilterra con il mio spettacolo, per poi proseguire in altri paesi.

 Fonti web:

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