Juana “La Macarrona”

“Se le cambia hasta el semblante
cuando baila Juana Vargas
Se le cambia hasta el semblante
es la mejor bailaora
que hay en el Café Cantante”
Rocio Jurado – “Alegrías de la Macarrona”

Juana Vargas, conosciuta nel mondo artistico come Juana “La Macarrona”, fu figura di primo piano durante l’epoca dei café cantantes. Discendente di Tío Juan e Tío Vicente Macarrón, sorella di María la Macarrona, nacque nel Barrio San Miguel a Jerez de la Frontera nel 1870 in seno ad una famiglia di grande tradizione flamenca tant’è che, a detta della stessa Macarrona, tutte le donne che ne facevano parte furono bailaoras.
Nella biografia che Pineda Novo, scrive in merito alla bailaora, suo padre Juan de Vargas era un chitarrista – figlio a sua volta di un cantaor – e sua madre Ramona de las Heras cantaora.

Juan de la Plata ci racconta del suo esordio quand’era ancora bambina: “Non aveva ancora compiuto i sette anni che già i suoi genitori la facevano esibire per i locali di Jerez, dove ballava in maniera prodigiosa sopra i tavoli, di fronte ai locali o in qualsiasi posto capitasse. Era sufficiente che ci fossero più di tre o quattro persone riunite per far si che si esibisse. La madre cantava, il padre accompagnava con la chitarra e Juana, la piccola Juana, una moretta con la pelle del colore della cannella, ballava con grande energia. Alla fine, passavano con il piattino“.

Una notte, durante una festa nel café sivigliano La Escalerilla, la vide ballare Fernando Ortega el Mezcle, che si adoperò per farla assumere dal Café de las Siete Revueltas di Malaga, dove rimase due anni, “cobrando tóo los días” come lei stessa diceva. Poi andò a lavorare a Barcellona. Fece ritorno a Siviglia quando già era una ragazzina di sedici anni, contrattata nientemeno che dal Café de Silverio, dove condivise il palcoscenico con artisti del calibro di Lamparilla, Juana Antúnez, La Honrá, Salud Rodríguez, La Viuda, Rosario la de Roble, Mariquita Malvio, Antonio El Pintor, El Varea, El Macaco, Fosforito e don Antonio Chacón; da li passò al Burrero, dove lavorò insieme a Fernanda Antúnez e La Mejorana.

Questi trionfi la portano ad essere contrattata a Madrid dove si esibisce con successo nel Café Romero della calle de Atocha, in cui lavora come impresario il cognato del torero Mazzantini. Poi torna al Burrero sivigliano, già celebre in tutta Spagna. Nel 1889 la chiamano per ballare a Parigi, nel Gran Teatro de la Exposición, dove si esibisce di fronte ad un entusiasta Scià di Persia che dichiarò: “Questa graziosa serpe è capace di farmi dimenticare tutte le mie ballerine di Teherán“. Prosegue ballando nei cafés cantantes, nel 1914, nel Café Novedades di Siviglia con la Malena (sua storica rivale), La Sordilla, La Melliza, La Roteña, La Trini, Rita Ortega, La Macaca, La Junquera, El Tiznao e El Ecijano, fino al 1918 quando passa al Kursaal, e nel 1923 al Salón Variedades. Nel 1922 partecipa allo spettacolo “Ases del arte flamenco“, nell’ Ideal Rosales a Madrid, con la Antequerana, Faíco, El Estampío, El Mochuelo e Ramón Montoya.

Juana la Macarrona era una vera e propria istituzione nei cafés cantantes. Per molti, artisti e studiosi, nessuno fu in grado di eguagliarla. Fernando el de Triana ha scritto: “Fu una regina del baile, poiché Dio la dotò di tutto il necessario: viso gitano, figura scultorea, flessibilità del corpo, grazia nei movimenti, semplicemente inimitabile. Quando comincia a ballare con il suo Mantón de Manila e la sua Bata de Cola, dopo i desplantes si ferma per entrare nella falseta, rimane con la sua bata de cola dietro di lei in perfetta linea retta; e durante la falseta, quando deve fare una rapida vuelta per poi arrestarsi, i suoi piedi restano dolcemente avviluppati dalla cola, così da farla sembrare una preziosa statuina collocata su un delicato piedistallo“.
Non meno espressivo risulta Caballero Bonald dinnanzi all’arte portentosa di questa donna: “Juana Vargas, la Macarrona, come già aveva fatto Josefa Vargas, iniettò nel baile una antichissima forza emotiva, piena di femminilità e di grazia, come nelle Soleares di sua creazione. Tutto quello che aveva all’interno del suo essere, si convertiva in una cadenza sensuale ed estatica. (…) Dai fianchi e dalle braccia, fuoriusciva il suo baile come un getto, puro e vulcanico, proveniente da non si sa quali sedimenti profondi, da quali civiltà millenarie”.

Nel 1926, già sessantenne, la Macarrona ricordava la sua vita a quei tempi, la vita delle  bailaoras dei cafés cantantes: “…Perchè queste mie gambe, che sono state di bronzo, ora stanno diventando di filo di ferro. Quella Macarrona che stava una settimana “de juerga”, ballando, cantando e bevendo, appartiene alla storia. ¡Una ruina, hijo!”. E ricordava quel gruppo di donne con cui aveva intrapreso il suo percorso al Café del Burrero, quando era all’apice del suo successo: las Coquineras, la Sorda, la Malena, Lola la Roteña, la Rita… “Vorrei aprire una accademia di baile flamenco, perchè la nostra arte non vada perduta, che già non riesco più a fare juergas, non reggo più il vino e non riesco più a tirare fino all’alba… Questo è per la gente giovane. E oggi non esistono i pericoli che c’erano ai tempi miei. Oggi, con il vino caro e con i gusti della gente, che beve solo “profumi”…  ‘cotes’, ‘viskis’, ‘yemas’, ‘cuatro’, ‘permin’, ‘agua de sé’ y ‘nieve molía’… Ma prima! Quelle riunioni in cui si tracannava il vino dalle casse, e si stava tre giorni di fila ‘de juergas’ senza uscire dal café, mangiando a ruota libera e dormendo sulle sedie… tutto è finito! E non so se erano altri uomini quelli, e noi altre donne. Fatto sta che oggi, quando una juerga si protrae per un giorno, già c’è il signorino che abbandona il campo (…). Una volta si spendevano cento duros in vino e la juerga durava tre giorni. Oggi, con le cose costose che si mangiano e si bevono, si spende quella cifra in tre o quattro ore, e già la juerga va spegnendosi…”.
Juana la Macarrona guadagnò una fortuna perchè, ai tempi del suo splendore, “il mondo era diventato piccolo per la sua fama di imperatrice flamenca; lei che era stata applaudita dagli Zar di Russia, da Re, Principi, Duchi e gente di tutte le razze e di tutti i colori, che aveva ascoltato i complimenti in tutte le lingue del mondo e che aveva irretito con il suo sguardo e il suo duende gitano tutti gli uomini conquistati dal suo corpo sublime e meraviglioso”.
Pablillos de Valladolid vide la Macarrona nel sivigliano Café Novedades, dove la bailaora lavorò quindici anni come esponente del miglior baile gitano: “Si alza dalla sua sedia con la maestosa dignità di una Regina di Saba. Superba. Magnifica. Alza le braccia come se dovesse benedire il mondo (…) Seria, liturgica, dischiude le labbra scoprendo i suoi denti, rossastri come quelli di un lupo, tinti di sangue (…) È come un pavone reale, bianco, magnifico e superbo. Sul suo viso, del color dell’avorio affumicato, spicca il biancore aggressivo e sporco dei suoi occhi, e sui suoi capelli neri si intravede un timido garofano che cade sfinito durante il redoble finale di quei piedi che indossano meravigliose scarpette color carminio, come se avesse una pozza di sangue ai suoi piedi. La gente resta silenziosa e anelante, con un fervore quasi religioso, mentre i piedi della Macarrona eseguono il suo baile. Gli accordi della chitarra sono di poco valore, perchè la Macarrona balla al compás del suo taconeo barbaro. La Macarrona si trasfigura. Il suo viso scuro, aspro, sporco, segnato da ombre fuggitive, tra le quali spiccano i suoi occhi e i suoi denti, si illumina nella armonizzazione della linea del corpo. È talmente bella la linea del suo corpo, che annulla la bruttezza del volto”.
Antonia Mercé la Argentina, dopo aver visto ballare la Macarrona por Alegrías durante il Concurso de Granada del 1922, si prostrò ai suoi piedi, le tolse le scarpe e se le portò via.

La Macarrona lavorò finchè  fu in grado di farko. Nel 1926 fece una tournee con uno spettacolo di opera flamenca dell’impresario Vedrines. Nel 1935 partecipò allo spettacolo de la ArgentinitaLas calles de Cádiz“, insieme ad altre due vecchie glorie del baile flamenco: la Malena e Fernanda Antúnez.
Nel 1944 ebbe un piccolo ruolo nel film “Eugenia de Montijo” interpretando il ruolo di una mendicante.

Durante il suo declino dichiarò in un’intervista: “Da colmao a colmao, aspettando un’anima buona che si ricordi che esiste il Flamenco. Neanche i cafés ci vogliono più, noi che siamo state sempre le regine del mondo“. Durante gli ultimi anni della sua vita si dedicò all’insegnamento, per far fronte alle serie difficoltà economiche. Come tanti artisti flamenchi infatti, fu più cicala che formica. Morì a 87 anni a Siviglia nella miseria più nera, e ai suoi funerali andarono poche persone. Ma di certo è rimasta viva nella memoria di tanti aficionados e studiosi.

Nel 1946, un anno dopo la sua morte, le dedicarono una serata nel Teatro San Fernando di Siviglia, con spettacoli serali e notturni, in cui si esibirono, tra altri artisti di differente genere, Pepe El Culata, La Malena, e diversi giovani interpreti come Naranjito de Triana, Lolita Sevilla e Dolores La Algabeñita, introducendo la serata l’attore Rafael Cárdenas, che recitò una poesia di José Antonio Ochaita.

Di seguito riportiamo una intervista a la Macarrona per opera del giornalista Gil Gómez Bajuelo:

“Sembra di vederla. La sala brillava di luci. Tra il pubblico spiccavano i piccoli binocoli degli stranieri. Sul tablao il cuadro si apriva a ventaglio, offrendoci alla vista i colori dei mantoncillos e i riccioli della bata de cola. (…) Poco dopo, simile ad una regina della zambra, al sommesso suono di sole palmas, iniziava il suo baile Juana la Macarrona. Scese un religioso silenzio. La figura gitana dell’artista primeggiava sulla scena. I suoi occhi neri folgoravano, le sue braccia si contorcevano, i suoi polsi roteavano: sembrava un profilo di una stampa egizia. La sfiammata di fiori rossi risaltava sulla chioma scura. Una voce stridula intonava la letra “Si tuviera una naranja….” e Juana, con un giro grazioso, camminava con energia trascinando la sua lunga bata. Poi la raccoglieva, e dando le spalle al pubblico, si contorceva nervosamente imprimendo sulla tavola un memorabile taconeo tra i calorosi “oles” dei numerosissimi presenti (…).
Che ne è stato della Macarrona? Questa mattina di novembre, sotto un pallido sole che annuncia l’avvicinarsi dell’inverno, siamo andati alla sua ricerca. (…) Sotto casa sua l’abbiamo incontrata: cammina lentamente e indossa abiti modesti. Un pañuelo flamenco copre il suo collo. I suoi occhi ancora testimoniano la passata giovinezza mentre la sua folta chioma è diventata argentea, segno del passare del tempo. Ci ospita a casa sua. Due stanze molto povere, ma molto pulite. L’eco di una chitarra risuona tra quelle pareti. Ci sono pochi ricordi del passato: una caricatura di Sancha, una di Juan Lafita e un paio di fotografie.

– Non conserva ricordi del suo passato artistico? – Le chiediamo
– No. Non mi interessa più, non mi ammiro più. Ho dato tutto quello che avevo, ai duchi, ai marchesi, e alla famiglia reale… Pure le cari…
– Le caricature?
– Si, pure quelle.

– Juana, lei non è di Siviglia vero? È di Jerez…
– De la Frontera. Li ci sono stati molti bravi artisti, bei cavalli e buon vino.
La Macarrona è molto brava a puntualizzare… e ogni volta che noi nominiamo Jerez lei aggiunge “de la Frontera”.

– E come mai lei che ha guadagnato nella vita tanto denaro, ora si ritrova a vivere in ristrettezze economiche?”
– Perchè mi piaceva vivere in maniera “splendida”. Ho calmato la mia fame. E non mi pesa, perchè la Provvidenza non mi abbandona. Il lusso, i soldi…. dove sono finiti figlio mio? Ora vedi che la mia casa è povera… ma un tempo è stata molto bella…

– Eravamo rimasti che lei è nata a Jerez…
– De la Frontera! Settantadue anni fa. Mio padre suonava la chitarra e mia madre “se cantiñeaba”. Quando avevo dieci anni mi portavano alla Feria e mi mettevano sopra un tavolo dove io ballavo. Alla fine passavano a chiedere i soldi.

– Chi le ha insegnato ballare?
– Nessuno. Ho fatto tutto da sola. Eravamo molto poveri e non ci potevamo permettere un maestro. Appresi il baile osservando i ragazzini e quelli che ballavano alla Feria. A undici anni andai a Malaga. A dodici anni la gente diceva che ballavo molto bene. (La Macarrona si muove con il volto, con le mani. Tutta la sua persona emana espressività, i suoi occhi si muovono vivaci.)

– Trascorse molto tempo a Malaga?
– Due anni. Da li mi trasferii a Barcellona, al Café Alegría, che oggi si chiama Eden Concert. Tornai a Malaga al Café Siete Revueltas. E poi andai a Siviglia per la prima volta.
– Dove?
– Al Café de Silverio, nella Calle Rosario. A Siviglia, come a Malaga, come a Barcellona, e come in tutti i posti in cui andai, feci furore.

– In che bailes si esibiva?
– Il baile por Alegrías. Sempre por Alegrias, che è stato il mio primo baile e il mio successo. Quando stavo al Café de Silverio mi vide il cognato di don Luis Mazzantini che mi portò a Madrid, in un café cantante della Calle Alcalà, dove rimasi cinque o sei mesi. Poi tornai a Siviglia, per ballare al Burrero nella Calle Sierpes. Si era sparsa la voce che c’era una ragazzina chiamata la Macarrona che ballava molto bene e venirono a vedermi da Parigi. Lei ha mai sentito parlare della Torre Ifé?
– Si, qualcosa ho sentito, Juana.
– Io ero li quando fu inaugurata durante la prima Exposición. Avevo diciassette anni, ci rimasi tre mesi. Mio padre suonava la chitarra. Ballai di fronte allo Zar di Russia e a Isabella II che erano li presenti. (…)
– Fu un grande successo?
– Enorme. I giornali osannavano me  e la mia arte. Da lì andai a Madrid, al Café Romero della Calle Atocha e poi…
– … Poi?
– Un ricco banchiere si innamorò di me. Veniva a vedermi tutte le sere. Mi ragalava tanti gioielli… e io ero una ragazzina… molti regali… ero lusingata. Si guadagnava bene in quel locale. Poi dopo due anni che mi corteggiava scappai con lui.
– Come successe Juana?
– Beh niente… fu un rapimento!
– Ah molto bene! Questa parola è molto azzeccata Juana!
– Mettemmo su casa… e che casa! E io non lavorai più. Però io non riuscivo ad adattarmi. Si parlò molto del rapimento della Macarrona da parte di un miliardario, fino a che lo venne a sapere anche la famiglia di lui e siccome era il minore, lo diseredarono.
– Non ha più saputo niente di lui?
– Morì tre anni fa. Quando ci separammo tornai a ballare in tutte le parti del mondo: a Parig, a Berlino…
– Ballò in America?
– No, via mare arrivai solo a Lisbona.

– Che cosa pensa lei delle juergas?
– Che oggi si spende di più, ma con meno soddisfazione. Un tempo noi artisti facevamo le juergas dove c’era molto vino e poco da mangiare. Oggi il mondo è più civilizzato nello stomaco. Nelle juergas si cantava por Seguiriyas e si ballava por Alegrías. Duravano due o tre giorni. Come cantava Chacón! Nessuno mi ha riempito con il cante come don Antonio. E poi anche Manuel Torres, e la Niña de los Peines…

– Oggi si canta meno…
– Molto meno. Però mi piacciono Caracolito e Canalejas. E anche Vallejo.
– Si balla anche meno…
– Oggi non si balla. Io sono stata la migliore del mondo. E non perchè lo dico io, questo è risaputo! Prima di me o dopo di me non c’è nessuno.

– Quando si ritirò dalle scene?
– Sono otto anni che non mi esibisco. Ho lavorato con la Piquer, con Pastora Imperio e con la Argentinita. E nel cinema ho fatto la parte di una mendicante nel film “Eugenia de Montijo”. Guadagnai trecento pesetas. Quello che chiesi io. Non mi intendo proprio di queste cose! Quello che chiesi mi diedero senza indugio.

– Quanti soldi avrà guadagnato nella sua carriera?
– La prima volta che lavoravo a Malaga mi pagavano trenta reales a serata. Per una notte a Parigi mi diedero mille franchi e tutte le spese di viaggio pagate. Nei café cantantes guadagnavo quattoridici o quindici duros al giorno.
– E ora?
– Ora vado tutti i giorni alla ricerca di qualcosa. Qualche volta mi danno dieci duros per ballare… ma adesso non ce la faccio più! Mi fa molto male parlare di queste cose…
E gli occhi neri della Macarrona si fanno lucidi (…).

Fonti web e bibliografia:

 

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