La Niña de los Peines

“Jugaba con su voz de sombra, con su voz de estaño fundido, con su voz cubierta de musgo”
Federico García Lorca

Pastora María Pavón Cruz, in arte conosciuta come La Niña de los Peines, è unanimemente considerata una delle voci più importanti della storia del flamenco. Grandissima esponente dell’ “Età dell’oro” del flamenco, appartenente all’epoca dei cafés cantantes, ricca di grandi artisti e grandi personalità, La Niña de los Peines ne era probabilmente la stella più luminosa. Era di Siviglia, e visse “da sivigliana”, ardentemente, con grande forza, energia e passionalità.

Nacque il 10 febbraio del 1890, in calle Butrón nel barrio sivigliano di San Marcos, in seno ad una famiglia gitana di importante tradizione cantaora: suo padre era Francisco Pavón Cruz, in arte “El Paiti”, originario di Viso del Alcór, e sua madre Pastora Cruz, nata a Arahal. I due, oltre a Pastora, ebbero altri due figli: Tomás Pavón e Arturo Pavón, anche loro cantaores.

A otto anni si esibì per la prima volta in pubblico, quando venne chiamata in una caseta della Feria di Siviglia per sostituire suo fratello Arturo. Successivamente, insieme a suo fratello, cominciò ad esibirsi nei locali sivigliani, come la Taberna de Ceferino, per poi spostarsi in altre città del nord. All’inizio negli ambienti flamenchi di Siviglia era infatti conosciuta come la “hermana de Arturo“. Poco a poco Pastora riscosse un successo fenomenale che la portò ad entrare nel favoloso mondo dei cafés cantantes.

Nel 1901 debuttò a Madrid, nel Café del Brillante, dove conobbe Ignacio Zuloaga, importante pittore dell’epoca, che la convinse ad esibirsi a Bilbao nel Café de las Columnas. Da quel momento cominciarono a chiamarla “La Niña de los Peines” per via di un Tangos che era solita cantare, ma che mai incise nonostante le insistenze delle case discografiche, e le cui letras dicevano:

“Péinate tú con mis peines,
que mis peines son de azúcar,
quien con mis peines se peina,
hasta los dedos se chupa.
Péinate tú con mis peines,
mis peines son de canela,
la gachí que se peina con mis peines,
canela lleva de veras”

Lei stessa racconta: “Perchè mi chiamano la Niña de los Peines? Beh per caso, perchè cantavo uno stile del quale creai una versione personale. Era una specie di “Tanguito”, il “Tanguito de los peines”, una interpretazione di una canzone che da piccola avevo sentito da un cieco di Pilas (Sevilla). Non era uno stile di particolare forza flamenca, e lo abbandonai presto. Per questo non mi piace il mio nome d’arte; mi piace di più il mio vero nome, quello che la gente cancellò per chiamarmi sempre “la Niña de los Peines”.

All’inizio della sua carriera Pastora era sinonimo del colorato e malfamato mondo della Alameda de Hércules, a quei tempi centro della vita notturna sivigliana, tempio delle juergas, del cante e delle corride. In questa atmosfera la sgargiante e irruenta Pastora si sentiva a casa sua.  Bruttina di natura, riuscì a conquistare tutti con il suo portamento fiero e spavaldo, con il suo sorriso brillante e, naturalmente, con il suo cante.

Nel 1921, si esibì in una serie di spettacoli nel Madrid-Cinema e nel Teatro Maravillas di Madrid, dove tornò l’anno successivo insieme a Carmelita Sevilla, per poi andare in tournèe in diverse città spagnole.

Nel giugno del 1922 fece parte della giuria del “Concurso de Cante Jondo” di Granada, di cui era presidente il grande Antonio Chacón.

Julio Romero de Torres - La Niña de los Peines (1917-1918)

Amica di Manuel de Falla, Julio Romero de Torres, che la dipinse in una delle sue tele, e Federico García Lorca che conobbe a casa de La Argentinita, autore delle “coplas lorqueñas” che Pastora interpretò por Bulería,  e che la citò in una delle sue composizioni: “Jugaba con su voz de sombra, con su voz de estaño fundido, con su voz cubierta de musgo” che traduciamo “Giocava con la sua voce ombrosa, con la sua voce di stagno fuso, con la sua voce coperta di muschio”.

Viaggiò per tutta la Spagna condividendo il palcoscenico con gli artisti flamenchi più celebri dell’epoca: Manolo Caracol, Pepe Marchena, Antonio Chacón, i chitarristi Ramón Montoya e Melchor de Marchena e tanti altri.

Era una donna molto intelligente, nonostante non avesse avuto l’opportunità di studiare, e già nel 1934 fu in grado di profetizzare il cambio dei gusti del pubblico: “Non posso lamentarmi del pubblico, però noto che il cante sta andando per la strada sbagliata. La gente ora apprezza solo il cante brutto.”

Pastora con Pepe PintoNel 1933 si sposò con il cantaor Pepe Pinto, in perfetto stile sivigliano ai piedi della Virgen de la Macarena.

Tra le parentesi della guerra civile continuò la sua attività con diversi spettacoli come “Las calles de Cádiz” di Concha Piquer o “España y su cantaora”. Ma la sua carriera ormai era in declino. Con la perdita di interesse del pubblico nei confronti del cante gitano, cominciarono le prime difficoltà.

Nel 1949 fece l’ultimo tentativo di incontrare le grazie del pubblico in una costosa rappresentazione teatrale in cui era la protagonista, ma lo spettacolo fu un flop. Arrabbiata e delusa si ritirò dalle scene, cantando solo in occasione di feste tra amici. Fece una breve apparizione nel 1961 a Cordoba, in uno spettacolo in suo onore dove parteciparono, tra gli altri, Antonio Mairena, Juan Talega, Manuel Morao, Eduardo de la Malena, Terremoto, Tío Parrilla, El Laberinto, Tía Juana la del Pipa, La Chicharrona e Tomás Torre, per poi sparire letteralmente dalla circolazione. Si poteva vederla seduta fuori della taverna di suo marito, il Bar Pinto di Siviglia, vestita di nero con il viso coperto da occhiali scuri.

Nel 1968 inaugurarono un monumento in suo onore, situato nella Alameda de Hércules a Siviglia, opera dello scultore Antonio Illanes.
Successivamente ne eressero un altro ad Arahal, città di nascita di sua madre.

Morì a Siviglia il 26 novembre del 1969, dopo una lunga malattia, a neanche un mese dalla scomparsa di suo marito. La perdita per il mondo del flamenco fu, neanche a dirlo, incalcolabile.

Nel 1999 la Junta de Andalucia ha dichiarato la sua voce Bene di Interesse Culturale, un avvenimento senza precedenti.  Tra il 1910 e il 1950 registrò 258 cantes in dischi di vinile che nel 2004 furono pubblicati in una collezione di 13 cd. Il lavoro di recupero fu possibile grazie al Centro Andaluz de Flamenco di Jerez de la Frontera dove lavorò un gruppo di 30 persone per otto mesi.

Queste registrazioni sono un vero e proprio tesoro musicale e vedono la partecipazione di grandi chitarristi come Ramón Montoya, Niño Ricardo, Manolo de Badajoz, Antonio Moreno, Luis Molina, Currito de la Jeroma e Melchor de Marchena.

Il più grande omaggio che oggi possiamo farle è quello di comprendere e di amare il suo cante, e lo spirito flamenco dal quale è scaturito. È stata una rarità tra le rarità, una cantaora che cantò tutto e lo fece non bene, ma divinamente. Dal suo enorme repertorio, che si estende dai cantes più seri e profondi fino a quelli più frivoli e leggeri, possiamo intravedere la profonda influenza che ebbero su di lei i grandi cantaores che frequentò, tra cui suo fratello Tomás e Manuel Torre, con il quale ebbe una lunga storia d’amore. Di seguito proponiamo una Soleá che ereditò da suo fratello:

Fu una cantaora completa che seppe dominare tutti i palos del flamenco, distinguendosi in particolare por Seguirijas, Tangos, Peteneras, Bulerías e Soléas, e creò nuovi stili come la Bambera, trasformando semplici canzoni del folclore andaluso in cantes di grande e profonda ricchezza stilistica.

Tra le distinte tipologie di Soleás che interpretava, va menzionata quella de la Mercé la Serneta, che aveva conosciuto durante la sua giovinezza. Comprese i suoi cantes por Soleá che poi interpretò a modo suo, come filtrandoli attraverso un genio interiore che le impediva di copiare qualcosa per filo e per segno: Pastora infatti faceva suoi gli insegnamenti rimodellando e reinventando ciò che apprendeva.  Fu una cantaora jonda e flamenchissima. Si occupò e si preoccupò di mantenere viva la fiamma della tradizione appresa dai suoi fratelli e dagli altri artisti a lei vicini.

Il suo cante chico emanava un acuto senso dell’umorismo. È stata una delle più abili cantaoras di Bulerías, e regina indiscussa dei Tangos.

La sua arte era infallibile e solo lei sembrò capace di tradurre gli “insipidi” stili del “periodo Latino Americano” in qualcosa di puramente flamenco.

Inoltre seppe reinterpretare il Garrotín  del folclore asturiano rendendolo un cante festero por Tangos.

Di seguito riportiamo alcune opinioni di critici e flamencologi riguardo la sua arte.
Fernando el de Triana: “Quando cominciò la decadenza del cante andaluso femminile, cominciò il regno de La Niña de los Peines, unica superstite nel panorama artistico flamenco poiché La Antequera, Carmen La Trianera, Paca Aguilera e altre non videro la fine della guerra, e scomparvero repentinamente dai palcoscenici. Rimase solo Pastora, senza nessun rivale se non Antonio Chacón e Manuel Torres; il primo el primero ben saldo sul suo trono e il secondo con il suo enigmatico e ingenioso classicismo. Nei tre si concentrò quello che restava dell’arte… e non era poco. Morirono i due competitori, e già teniamo Pastora da sola, esclusiva rappresentazione di un’arte che sempre contò a ventine gli artisti preparati in tutti i sistemi del cante. Tra i tanti emersero El Cojo de Málaga e Manuel Escacena, due taranteros classici, e altri, dei quali Pastora con la sua grande arte seppe seguire le orme. Era inoltre la miglior festera di tutti i tempi, imitata unicamente da Manuel Vallejo”.
Ricardo Molina: “Pastora è l’incarnazione stessa del cante flamenco, come Bach lo fu della musica. Geni della taglia di questa gitana appaiono nella storia molto raramente. Pastora è una figura pontificale che unisce con la sua personalità il passato illustre con il presente rinascimento, Pastora è, come Azorín, una superstite preziosa di una generazione di titani. Pastora è un ponte vivo e sonoro attraverso il quale ci sono arrivate le grandi ombre de El Nitri, de La Serneta, del Loco Mateo, di Enrique El Mellizo. Per questo può costituire per la storia del cante futuro, un punto di partenza per le nuove generazioni di autentici cantaores… Io canto, amici miei, come l’uomo che respira, scrisse Lamartine. Pastora Pavón potrebbe dire la stessa cosa, in quanto cantare è suo destino e sua vocazione naturale. Come un miracolo fu accolta l’arte de La Niña de los Peines quando irruppe come una stella al principio del secolo, e il miracolo continuiamo a riconoscerlo noi che abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di averla sentita qualche mese fa – scrive nel 1961 – nella cordiale intimità del Bar Pinto sivigliano (…) Non è possibile calcolare il tesoro dei cantes di cui Pastora è meravigliosa depositaria. Lo studioso apprende sempre qualcosa di eccezionale quando parla con lei. Ora evoca il raro e sorprendente ricordo di un cante di siguiriyas de Frijones de Jerez, ora rivive con arte magica la venerabile reliquia di una tonà dimenticata, ora riporta alla luce il prestigio della malagueña de La Trini, o salva dall’oblio una drammatica siguiriya di Tomás El Nitri, ora ci trasporta a primitive Tarantas e Cartageneras di remota provenienza. Questa donna straordinaria è come un mare senza fondo e senza sponde. Lei da sola è tutta la storia del flamenco. Lei abbraccia tutta la misteriosa eredità dei nostri cantes. Non sappiamo quello che furono state a quei tempi La Andonda, La Serrana, María Borrico, Merced La Serneta e tante altre cantaoras famose, ma sembra impossibile che qualcuna potesse superare Pastora Pavón per la vastità del repertorio, freschezza della voce, timbro gitano e vitalità contagiosa”
Juan de la Plata: “Come artista geniale, Pastora seppe cantare tutto – Soleares, Siguiriyas, Tientos, Fandangos, Malagueñas, etc.- ma dove seppe lasciare l’impronta della sua arte fenomenale fu nelle Peteneras, i Tangos, le Bamberas e le Bulerías lorqueñas”

 

Manuel Ríos Ruiz: “C’è qualcosa di importante, importantissimo nella personalità artistica de La Niña de los Peines, che fino ad ora non si è ricordato. Qualcosa che condiziona tanto il suo cante quanto il cante di Siviglia. Si tratta di una evoluzione delle forme trianere più tradizionali, dovuta all’influenza di aires jerezanos e gaditanos che spiccano nella sua voce. La Niña de los Peines, senza mai dimenticare i vecchi cantaores di Triana e la maestria di suo fratello Tomás Pavón, scopre la brillantezza e il ritmo dei cantes di Jerez e di Los puertos, soprattutto grazie alla magica Bulería de El Gloria, e ha la capacità di far sua tutta una serie di stili flamenchi, definendo un suo proprio stile. E’ proprio nel suo stile che si fonda la sua originalità artistica, insieme al dono della sua voce e delle sue capacità naturali. Stilizzò e alleggerì i suoni della sua terra, cantando con un compás che fino a quel momento nessun interprete sivigliano aveva usato. D’altra parte il suo enciclopedismo è davvero senza ombre e bisogna riconoscerle il gran merito di aver reso popolari la Petenera, le Bamberas o la Zambra por Soleá”.

Leggi l’intervista storica alla Niña de los Peines! e Cantiña de la Niña de los Peines, De palo en Palo.

Fonti web:

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9 thoughts on “La Niña de los Peines

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