Moraíto Chico

“A veces el dolor también es necesario para el alma. No todo siempre tiene que ser alegría, el dolor también fortalece”.
Manuel Moreno Junquera ‘Moraíto Chico’ en ‘El cante bueno, duele’

Moraito nasce nel flamenchissimo barrio di Santiago, a Jerez de la Frontera, il 13 settembre 1956. Suo padre, il chitarrista Juan Morao e suo zio Manuel Morao furono i suoi primi Maestri. A soli 11 anni debutta nel Festival “Jueves Flamencos”, organizzato ogni anno da suo zio Manuel, nella Plaza de Toros de Jerez.
L’anno seguente, nello stesso Festival, Moraito partecipa e vince in premio una chitarra donata da Manolo Sanlúcar. La sua carriera professionale vede il suo debutto con la grande Paquera de Jerez, quando la deve accompagnare per sostituire il suo chitarrista abituale, Parrilla de Jerez (curiosamente uno dei suoi Maestri), a quel tempo impegnato con la compagnia del bailaor Luisillo in tour in Sud Africa.

Nei primi anni ottanta, si esibisce nei tablaos madrileni Los Canasteros e La Venta del Gato, alternando anche partecipazioni nei vari festival e peñas.
Moraito Chico è un chitarrista che si distingue molto presto per la sua profonda maestria nell’accompagnamento e lo fa al seguito dei migliori cantaores come Antonio Mairena, Terremoto de Jerez, Aurelio Sellés, La Perla de Cádiz, Manolo Caracol, Sordera de Jerez, El Chocolate, Camarón de la Isla e tanti altri, ma senza dubbio verrà ricordato sempre come fedele chitarrista di José Mercé, suo amico d’infanzia, che accompagna negli ultimi decenni sugli scenari nazionali ed internazionali.
Partecipa a numerose registrazioni accompagnando un gran numero di differenti artisti, ma come solista incide solo due dischi: “Morao y Oro” (con Juan Moneo El Torta al cante e Chicharrito alle palmas) nel 1992 e “Morao, Morao” (che vede la presenza di numerosi artisti invitati: La Venta, Navajita Plateá, Luis ‘El Zambo’, María Vala, Los Marismeños…) registrato nel 1999 e rieditato nuovamente per Nuevos Medios nel 2005. Due tesori discografici nei quali emergono il suono e la forma di sentire di una scuola inimitabile, quella della chitarra jerezana con la sua jondura flamenca.

Premiato in due occasioni al Concurso Nacional de Guitarra Flamenca de Jerez (1972 e 1986), conta quattro primi premi “Por Bulerías” nella sua terra natale. Nel 1984 vince la Copa Jerez e viene nominato finalista del El Giraldillo del Toque (1990). Altri riconoscimenti sono stati: il Premio Charles Cros (1993), il Premio de la Asociación Nacional de Críticos de Arte Flamenco (1999), il Premio Nacional de Guitarra, della Cátedra de Flamencología de Jerez (1999), il premio Disco Revelación de Acompañamiento (2000) da parte della rivista audiovisiva Flamenco Hoy, che lo ritorna a premiare nel 2001 per ‘La mejor guitarra de acompañamiento‘ e in ultimo la Distinción Peña Flamenca Chaquetón (2011). Nella passata edizione della Bienal de Sevilla fu anche premiato con El Giraldillo con il premio alla ‘Maestría’ per la sua carriera.
Tra i suoi spettacoli figurano ‘Al son de Jerez’ (1994), per la VIII Bienal de Sevilla, nel quale offrì un benvenuto speciale a Sua Maestà la Reina, ‘Al son de Moraíto’ (1998), che debuttò al Teatro Lope de Vega di Sevilla e in seguito presentato alla XI Bienal de Sevilla (2000), ‘Trilogía flamenca’ nella XII Bienal de Sevilla (2002). Infine ‘Jerez, la uva y el cante’ (2010) che diresse dentro la programmazione dell’ultima Biennale di Sevilla, e l’ultima performance nella sua terra nel marzo passato per il Festival de Jerez, dove circondato da grande attesa, accompagna con il suo abituale ardore, il cante di David Carpio.

E per finire l’ultimo recital a gennaio nel Festival Flamenco di Nimes (dove suona in modo intenso e doloroso come a presagire quanto fosse vicina la sua fine), ultime testimonianze del suo costante ed ineguagliabile modo di intendere l’arte, il flamenco e il loro legame.

Manuel Moreno Junquera era il perfetto prototipo del gitano jerezano:  cordiale, simpatico, vitale e di una flamencura naturale, senza artificio. La sua personalità artistica attirava molti suoi colleghi, la sua umiltà e la sua generosità con i suoi compagni di scena era proverbiale. Nonostante non gli interessasse passare alla storia né creare un nuovo stile nella chitarra flamenca, nella sua carriera riuscì ugualmente a forgiare un suo stile personale, una maniera di suonare seguendo le più antiche tradizioni della sua città natale e l’eredità familiare di suo padre e suo zio. Fu forse la sua poca voglia di protagonismo e il suo voler rimanere in mezzo alla sua gente nel suo barrio de Santiago che non gli fece mai avere una carriera più proficua come concertista.
Le sue melodie erano irresistibili, i suoi picados rapidissimi e le sue falsetas orecchiabili e piene di grazia. Il suo accompagnamento virtuoso, rotondo e intelligente. Alcune delle sue falsetas rimarranno immortali fra le nuove generazioni di chitarristi. Era ricercato da tutti, sia per esibizioni dal vivo che registrazioni discografiche. Se il cante flamenco voleva suonare a Jerez, cercava la sua chitarra, quella di Manuel Moreno Junquera, il puro soniquete jerezano, con la sua peculiare maniera di intendere il compás e di giocare con esso. La sua chitarra era sempre pronta per assecondare ed ascoltare il cante e fonderlo con i suoni della sua terra. La sua chitarra era la reincarnazione sonora degli accenti più nobili del flamenco. Il suo repertorio era molto ricco: soleá, seguiriya, malagueñas del Mellizo, tientos, fandangos e cantiñas … e di certo la buleria de Jerez, di cui era uno dei maggiori interpreti”.

Recentemente lo abbiamo potuto apprezzare nel documentario “El cante bueno duele” realizzato da parte degli olandesi Ernestina Van der Noort y Martijn Van Beemen, e presentato nello scorso marzo al Centro Andaluz de Flamenco (CAF).

Il video, girato ad Jerez  nel mese di novembre 2010, lo ritrae nei luoghi a lui cari, circondato dalla sua famiglia, los Morao,  e dai suoi amici.  In questo documentario, forse oramai consapevole dalla gravità della sua malattia, afferma: “A veces el dolor también es necesario para el alma. No todo siempre tiene que ser alegría, el dolor también fortalece”.  Chissà cosa provava in quel momento nel suo cuore tanto da pronunciare queste parole così toccanti. Ma in questo video esiste un passaggio ancora più struggente ed emozionante. Moraíto va a fare visita a sua zia María Soto, La Bala, sorella di Manuel Soto Sordera. Lì, all’interno della sua umile casa, il chitarrista l’accompagna al cante in una delicata soleá. Appena un filo di voce  esce dalla sua bocca, ma un filo di voce sapiente, intenso e profondo. Alla fine, zia e nipote si abbracciano emozionati per quello che avevano appena vissuto. Le lacrime solcano i loro visi.

Quando il 10 agosto di quest’anno 2011 arriva la notizia della sua morte, il gelo scende nel cuore del flamenco. Nel barrio di Santiago il silenzio è assordante. Come a Morón il giorno che morì Diego, a Utrera quando morì Fernanda o a Jerez quando se ne andò la Paquera. Il giorno stesso della sua morte Onda Jerez programma un video a lui dedicato:

Difficile d’ora in poi sarà passeggiare per Jerez e non incontrarlo al bar Agustín dove ogni pomeriggio beveva una cerveza e si riuniva con la gente del suo barrio. Difficile sarà avvicinarsi ad un fin de fiesta senza assistere alla sua esuberante pataíta por bulerías.

Quel giorno se ne è andato uno dei più grandi esponenti dell’essenza del toque gitano, una parte della pulsazione jerezana più profonda, una personalità artistica che tutti i suoi colleghi ammiravano come un’immagine sacra ed un uomo accattivante e carismatico che si era guadagnato la stima, l’ammirazione e l’affetto di tutto il mondo flamenco e non.

  • Fonti Web:
    Flamenco World
    El Pais
    El Mundo
    Diario de Sevilla
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