Pepe el de La Matrona

“Su barrio de Triana
y Sevilla entera
lloraron todas las campanas
porque ha dejado de cantar
su niño de la Matrona,
los cantes de Triana
seguiriyas y solea
sus cantes por Martinetes
junto con la Debla y la Tona,
yo quiero siempre recordar
a este gran maestro
que fue el niño de la Matrona,
para que no se pueda olvidar”

Pepe el de la Matrona è il nome artistico di José Núñez Meléndez. Nato a Sevilla nel 1887, cantaor conosciuto anche col soprannome di Niño de La Matrona, che gli viene dalla madre Manolita la Matrona. Ha trasmesso e salvato una serie di cantes altrimenti dimenticati. “Quand’ero giovane, appena racimolavo tre o quattro duros, me ne andavo ad ascoltare i vecchi che cantavano” diceva, e a proposito del cante: “Il cante vero è un messaggio che arriva a qualsiasi persona sensibile”. Cantaor enciclopedico, conosceva praticamente ogni stile, che eseguiva con vero dominio. José Luis Ortiz Nuevo ha scritto il libro delle sue memorie, ed ha sempre considerato Pepe il miglior cantaor della storia:  “È stato l’uomo più retto e rispettoso dell’arte che io abbia conosciuto. Non ha mai proposto al pubblico niente che non fosse ben  fatto. Il flamenco per lui era come una seconda religione. E questo lo dico avendo condiviso con lui 20-30 anni di lotta seguendolo, questa è la parola giusta, seguendolo, perché mi rendevo conto che quello che faceva lui non si trovava da nessun’altra parte”.

La Matrona inizia il suo percorso sotto l’influsso del suo barrio di nascita, Triana,  sin da piccolo cantando in feste e riunioni familiari. Le sue prime esibizioni in pubblico hanno luogo in una taverna di Burguillos nel 1899, quando ha 12 anni. Nel 1901, insieme ad un gruppo di torerillos, va a Villamartín (Cádiz), per la feria locale e si esibisce nei Cafés cantantes con Juan Feria, Cristóbal Cocoroco, El Garrido, Félix El Mulato, Antonio El Enano e Monterito. Lo stesso anno percorre la zona di Almería, con un gruppo di artisti che vede in testa Juan Breva.

Successivamente si relaziona con don Antonio Chacón e partecipa con lui a diverse fiestas flamencas, al Pasaje del Duque e in altri ambienti sivigliani. Per sei mesi, nel 1906, canta presso un café cantante di Córdoba, trasferendosi a Madrid l’anno successivo per debuttare nel Café del Gato, passando successivamente al Café de Naranjeros e infine al Café de Adornos, per iniziare un periodo in cui canta soltanto in reuniones de cabales.

Nel 1914, decide all’improvviso di imbarcarsi per La Habana, restando a Cuba per nove mesi. Un viaggio che ripete nel 1917, con estensione verso il Messico, dove lo sorprende la rivoluzione. Di ritorno in Spagna si esibisce varie volte a Barcelona; è il 1918. Tornato a Madrid, presso il Colmao los Gabrieles, mantiene l’usanza di cantare solo en los cuartos.
Participa al film La hermana San Sulpicio; nel 1936,  è giudice, insieme a Fernando el de Triana, presso il Certamen Nacional de Cante Flamenco celebrato nel Circo Price. Trascorre la guerra civile fra Madrid e Barcelona, alla fine della quale torna a Madrid, dopo un breve soggiorno a Sevilla. Dal 1939 al 1955, le sue esibizioni hanno luogo presso il Colmao Villa Rosa, cantando anche per documentari cinematografici in merito all’Andalucía, come ad esempio la prima Antología discográfica di Hispavox, interpretando Serranas e Soleares. Va in Francia, Belgio e Olanda, con un elenco di artisti formato da Vicente Escudero, Rosa Durán, Rafael Romero, Juan Varea, Pericón de Cádiz, Perico del Lunar, Andrés Heredia e altri. Successivamente insieme a Vicente Escudero e María Márquez, si esibisce in dieci stati appartenenti agli Stati Uniti e alcune località del Canada.

La sua terza tournée internazionale lo vede con la coppia de baile Susana y José, girare varie volte l’Europa. A Parigi realizza registrazioni per due importanti nomi e si esibisce nella capitale francese con i componenti del Tablao Zambra, con cui lavora anche a Argel e Tunisi, così come anche nelle tv francesi e spagnole. Nel 1960, partecipa al Magno Festival de Carte Grande y Puro, organizzato da Vicente Escudero, nel Teatro de La Comedia di Madrid, in beneficenza degli ospedali della provincia ed in compagnia di Jacinto Almadén, Jarrito, El Pili, Juan Varea, Pericón de Cádiz, Rafael Romero, Manolo Vargas, Pepe de Badajoz, Vergas Araceli e Andrés Heredia. Nel 1961, ha luogo un recital de cante, con Jacinto Almadén ed il guitarrista Antonio Arenas, in occasione dell’ esposizione a Madrid del pittore Miguel Herrero.

Nel 1962, tiene un recital presso l’Università di Parigi, nell’aula magna della Sorbona, con il guitarrista Pedro Soler; un recital di grande successo che si ripete nel 1963 insieme a Jacinto Almadén e alla bailaora La Joselito, e per il quale arriva un omaggio che consiste in un pranzo organizzato da ammiratori e amici fra i quali gli scrittori Antonio Amado, Anselmo González Climent, il conte di Colombí, Emilio González de Hervás, César Jalón Clarito, M. Jiménez Quesada, Antonio de Olano, Jorge Ordóñez Sierra, Manuel Sánchez Camargo, i pittori Chumy Chumez, Miguel Herrero, A. Martínez de León, i musicologi Manuel García Matos e Mauricio Ohana, numeri artisti flamencos e le associazioni Sociedad Amigos del Cante Flamenco e la Peña Flamenca Charlot.

Nel 1964 si esibisce al festival di Córdoba; lo stesso anno illustra, accompagnato alla chitarra da Rafael Nogales, una conferenza sul cante di José Blas Vega, presso il Colegio Mayor Hispanoamericano Nuestra Señora de Guadalupe a Madrid. A partire da questo momento e dopo un ricovero presso l’Hospital del Rey, prosegue le sue esibizioni in riunioni e feste private, preparando e registrando la sua antologia Tesoros del Flamenco antiguo, che viene pubblicata accompagnata dalla monografia Conversaciones entre cante y cante di José Blas Vega, anche produttore dell’opera, che ottiene il Premio Nacional del Disco de la Cátedra de Flamencología nel 1970.
Lo stesso anno, si esibisce presso il Theatre de la Cite Internacionale di Parigi per tre giorni, nella manifestazione Reencuentros Internacionales, con La Joselito e Pedro Soler. L’anno successivo gli viene dedicata una sezione del programma televisivo Estudio abierto e nel 1972 presiede il concorso del cante organizzato a Granada, in commemorazione del celebre festival del 1922, ed è invitato e giurato del Festival del Cante de las Minas de La Unión (Murcia).

 In occasione del decimo anniversario del Theatre 347 di Parigi, tiene qui un recital con il tocaor Pedro Soler, è l’anno 1973; nel 1974 con grande successo si esibisce presso il Wigmore Hall di Londra, ricevendo un omaggio della Peña Flamenca di Jaén che gli dona un insegna d’oro, con interventi di Fernando Quiñones e José Blas Vega; omaggio che si ripete a Cádiz, durante il Ciclo cultural Alcances. In entrambe le situazioni, Pepe de La Matrona, con la chitarra di El Sevillano, esegue una serie di vecchi stili.
L’anno successivo, un nuovo omaggio arriva da Córdoba, dove gli si dedica il III Festival Rincón del Cante, con la partecipazione degli artisti Fosforito, Menese, Luis de Córdoba, El Lebrijano, Pansequito, El Chaparro, Manuela Carrasco, Ricardo El Veneno, Manolo Sanlúcar, Paco Cepero e Pepe Sacristán.
Il 1975 è anche l’anno del suo recital nella Casa de Velázquez di Madrid, e quello della pubblicazione delle sue memorie raccolte da José Luis Ortiz Nuevo nel libro Recuerdos de un cantaor sevillano, che riunisce oltre ai molti aneddoti riguardanti la sua vita, le sue idee artistiche e il suo percorso di cantaor. Nel Teatro Monumental, il 3 marzo 1976, arriva un nuovo omaggio, un grande festival a cui partecipano scrittori, musicisti e artisti: Francisco Almazán, Moncho Alpuente, José Blas Vega, José Manuel Caballero Bonald, El Pericón de Cádiz, Pablo Corbalán, Grupo La Cuadra, Agustín Gómez, José Antonio Gómez Marín, Félix Grande, José Heredia Maya, Rocío Llosent, Víctor Márquez Reviriego, Antonio Martínez Menchén, José Menese, Serranito, José Monleón, Francisco Moreno Galván, Enrique Morente, Jesús Munárriz, José Luis Ortiz Nuevo, Juan Pedro Quiñonero, Fernando Quiñones, José Romero, Manuel Ríos Ruiz, Manolo Sanlúcar, Pepe El Culata, Perico del Lunar, Rafael Romero, Juan Varea, Miguel Vargas, María Vargas, Germán Cobo, Arcadio Larrea, Carmen Linares, El Lebrijano, El Sordera, Mario Maya, Concha Vargas, Gómez de Jerez, El Piki,  la revista Mundo Pop,  e la Peña Flamenca Juan Breva di Málaga, la Cátedra de Flamencología e gli Estudios Folklóricos di Jerez e la Tertulia Flamenca di Ceuta.

Pepe, “Ultimo patriarca del cante” oArchivio vivente“, nell’ultimo periodo della sua vita,  ha un posto riservato in Casa Gayango, bar della madrilena calle Nuñez de Arce, dove, circondato da amici, canta e soprattutto racconta i suoi mille aneddoti. Ogni tanto sparisce e quando torna risponde semplicemente: “Niente di importante, ho dovuto fare qualche giorno di manutenzione!!”

Trascorre gli ultimi 4 anni della sua vita a cantare fra amici fino a quando un’infezione polmonare lo conduce alla morte l’ 8 agosto 1980, all’età di 93 anni, presso la Ciudad Sanitaria di Madrid.

Nel 1981, la rivista Candil, della Peña Flamenca di Jaén, gli dedica un numero monografico, a cui collaborano numerosi studiosi dell’arte flamenca. Il cante di Pepe el de La Matrona, la sua personalità umana e artistica è stata commentata da tantissimi critici e studiosi:

Fernando Quiñones: “Cantaor, Pepe de La Matrona, di “riunione” e non di teatro, salvo qualche piccola eccezione, uomo di una personalità artistica e umana a detta di molti, andalusa e singolare, del quale saranno pochi, fra chi l’ha ascoltato e conosciuto, a riuscire a dimenticarlo.

Antonio Escribano: “Si sa che Pepe de La Matrona registrò un ampia gamma di stili: Alegrías, Caracoles, Romeras, Rosas, Cantiñas, Bulerías, Tangos de Triana, Tangos de Cádiz, Soleá petenera, Soleares primitivas, Soleares de Triana, Soleares de Alcalá, Soleares de Utrera, Soleares de Cádiz, Soleares de Paquirri, Caña e il suo macho, Caña de José El Granaíno, Polo e Soleá apolá, Polo de Tobalo con macho Primitivo, Petenera, Siguiriya primitiva de ‘I’riana, Siguiriya de Frasco El Colorao, Siguiriya de Cagancho, Siguiriya de Manuel Molina, Siguiriya de Silverio, Siguiriya de Curro Dulce, Siguiriya del Loco Mateo, Siguiriya de Tomás El Nitri, Siguiriya de los Puertos, Malagueña del Canario, Malagueña de Gayarrito, Malagueña del Perote, Malagueña de Chacón, Murciana, Taranta, Taranto de Pedro El Morato, Liviana primitiva, Serrana con il macho e la Siguiriya de María Borrico, Rumbas, Milonga de Pepa de Oro, Canciones cubanas, Fandangos camperos, Toná del Cristo, Toná, chica e grande, Debla… Non fu seguace di nessuna scuola e neppure continuò tradizioni familiari o locali; e senza essere un Pavón, un Caracol o un Talega, fu uno degli uomini della sua generazione con più grande conoscenza flamenca.

Claude Couffón: “Ultimo superstite dell’Età d’Oro del flamenco, Pepe de La Matrona interpreta, seduto coi suoi 65 anni, la Soleá e la Siguiriya con una solennità quasi religiosa. Artista spontaneo, si lascia coinvolgere da quello che canta, e sommerge il pubblico, che respira sopra di sé una strana atmosfera surreale”.

Mauricio Ohana: “La presenza di José Núñez come figura centrale durante l’esibizione recente alla Sorbona, è qualcosa a cui tutti gli amanti del canto popolare andaluso guarderanno come un ricordo indimenticabile. Figure come quella di Pepe el de La Matrona hanno difeso e illustrato il grande patrimonio artistico flamenco e l’hanno fatto per tutta la loro vita. Questo fu il sentimento con cui il grande cantaor fu salutato alla Sorbona. Con l’esibizione di quella notte il cante flamenco ha acquisito il suo posto fra le fonti più nobili e vere della cultura umana”.

José Blas Vega: “Matrona è l’unico cantaor a passeggiare fra i 160 anni di cante conosciuto con sincera autenticità, ragion per cui è oggi fonte di studio del nostro passato musicale flamenco, partendo dalla sua tecnica, il rituale, il giro melodico, forme ed espressioni che riflettono il carattere e il sentimento dei pionieri forgiatori del cante. Un mondo difficile da penetrare, poichè l’evoluzione e l’estetica nel tempo ha avuto trasformazioni obbligate, diverse ed estranee, valide in qualsiasi momento ed epoca, ad un mondo flamenco con una serie di condizioni e qualità che sfuggono ad alcune delle caratteristiche del cante attuale, in parte mummificato, rutinario e impersonale. Qualcosa che capterà anche il critico Agustín Gómez ascoltando il cante di Pepe e riscontrando la differenza fra cante appreso e cante vissuto. Nel cante di Pepe è palpabile l’essenza e la purezza della sua espressività che per le sue circostanze personali, ha saputo mantenere le condizioni necessarie, sempre fedele e preciso nella religiosità della sua arte, esempio raro insieme a Chacón, Aurelio Sellé o Tomás Pavón, di un mondo che conta per chi conta e fatto da una minoranza”.

Félix Grande: “Sono sottoterra adesso le ossa di Matrona. Per 93 anni, queste ossa hanno camminato sulla terra, hanno ascoltato i “capelli grigi” del cante e hanno cantato finché sono divenuti essi stessi grigi. Capelli che oggi non vedremo più e che non ascolteremo più. E misteriosamente è proprio adesso ricordando i capelli di Matrona che ci assale uno spavento  così grande da tramutarsi in lacrime. È proprio ora che ci vengono a mancare i suoi capelli e le sue ossa, la vecchiaia e la forza del suo cante, l’età e l’energia del suo ricordo e della sua dignità (muore con la sua povertà e vivendo del suo lavoro trent’anni dopo l’età pensionabile), proprio adesso e solo adesso vediamo in modo magico e brutale che i capelli e le ossa del cante non sono di nessuno e sono di tutti, e che in essi il passato e il presente, la vita e la morte sono uniti e stretti come un grido. Un grido di dolore che ci consola all’ascolto del cante. E questo grido non smette di salire dentro di noi di fronte al vuoto lasciato da Pepe, il grido di un debito aperto per sempre che non ci permette di dirgli addio. Pepe el de La Matrona è stato il nostro privilegio, un privilegio che adesso dobbiamo pagare, così come questo dolore incomparabile, questa allegria rabbiosa del non sapere come dire addio a ciò che non muore mentre se ne va per sempre”.

Ricardo Molina: “Per la sua grande conoscenza, per il suo personalissimo modo di cantare tutti gli stili colmi di purezza tradizionale, per la sua totale dedizione all’arte flamenca, tutti stimiamo Pepe el de La Matrona come una delle rare fonti del cante autentico senza mistificazioni o impurezze”.

Agustín Gómez: “Il grande merito di Pepe el de La Matrona è che tutta la sua persona, la sua vita, il suo cante, sono un documento vivo che attesta la diversità del cante. Pepe  ha una firma, un marchio, un carattere straordinariamente forte. Su ogni cantes ha posto definitivamente la sua personalità. Torno a ripetere che non apprese, visse il cante“.

José Luis Ortiz Nuevo: “Ed era davvero emozionante contemplare la battaglia che il vecchio sostenne in tutti gli anni della sua vita. Ed era veramente terribile e logorante la lotta; un’arroganza distribuita nel coraggio, era la sabiduría, l’esperienza che  galoppava fra i versi, alzando la voce  quando diveniva necessario ed opportuno, era la maestria a raccogliere il grido, utilizzato in funzione di un buon svolgimento del cante, completo e minuzioso fino all’ultimo tono necessario, anche quando la voce non veniva  mancare, anche nel dissolversi dell’eco, egli era presente nel gesto e nella volontà di arrivare alla fine, nella travolgente espressione della sua bocca che lanciava sprazzi di purezza, in un viso colmo di profondità insondabile e con le mani che segnalavano i compases e l’andamento”

Manuel Gallego Morell: “Nel cammino del secolo, allegro, giovane e sicuro cammina questo maestro del cante flamenco, siamo tornati ad ascoltare. All’alba lo  lasciamo mentre cammina solo, pieno di purezza, di anni e di storia, con la croce che porta sulle spalle, il suo cante, sempre disposto a riproporlo in qualsiasi luogo, lasciando che si aprano nel suo corpo le cinque piaghe del cante jondo”.

Manuel Ríos Ruiz: “Pepe de La Matrona, maestro indiscutible del cante jondo”.

Juan de la Plata: “Un cantaor con grande maestria, con grande esperienza, portata in giro sempre cantando come un usignolo. Fedele alla sua arte, alla sua terra sevillana, alla sua nobile flamencura. L’uomo che porta nel suo cuore, come una fila di vissuti personali, tutti i cantes e tutte le coplas che è stato e che è”.

Per chi volesse approfondire:

Fonti e Web:

  • Diccionario Flamenco de Jose Blas Vega y Manuel Rios Ruiz. Cinterco – 1985
  • Elplatero.org
  • El arte de vivir flamenco
  • Wikipedia
  • FlamencoWorld
  • Quejío Flamenco
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