Manuela Faccon

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Manuela Faccon, fondatrice e principale responsabile dell’Accademia del flamenco Faralá di Padova, si dedica al flamenco dal 1994, esperienza preceduta da una lunga frequentazione della danza moderna e classica. Il suo percorso formativo nell’ambito del flamenco passa attraverso maestri quali Adrián Galia, Angelita Gómez, Antonio Canales, Beatriz Martín, Belén Maya, Blanca del Rey, Eva Moreno, Javier Latorre, Juan Ogalla, Leonor Leal, Manolete, María del Mar Moreno, María José León Soto, María Magdalena, Matilde Coral, Merche Esmeralda e tanti altri ancora. Ha frequentato e prende lezioni regolarmente presso l’Accademia “Amor de Dios” di Madrid e nelle varie scuole sparse in territorio andaluso.
La sua esperienza di studi e l’approfondita conoscenza della lingua spagnola le hanno permesso di vedere con uno sguardo diverso la realtà culturale, artistica e coreica spagnola e flamenca, grazie soprattutto a borse di studio e lunghi soggiorni da studentessa, studiosa e viaggiatrice in territorio iberico. Laureata in Lingua e Letteratura Spagnola presso l’Università degli studi di Padova e Dottore di ricerca in Letteratura e filologia (filologia ispanica) dell’Università degli studi di Verona e della Universidad de Zaragoza (Spagna), nonché insegnante di ruolo di lingua e civiltà spagnola presso un Istituto cittadino, è profonda conoscitrice della cultura iberica sulla quale ha pubblicato vari libri e articoli in riviste specializzate.
La sua vasta conoscenza della realtà del flamenco la porta a tenere spesso conferenze e lezioni riguardanti la storia, le origini, le tradizioni, l’evoluzione, i generi e tutto ciò che concerne la disciplina, nonché a seguire e a dirigere tesi di laurea inerenti il tema. Nel 1999 ha ottenuto il I Premio del «Concurso nacional de artículos periodísticos de exaltación de la petenera o investigación de su cante» in seguito all’apparizione di ”La Paternidad de un cante” in Diario de Jerez, 15.07.1999. Nel settembre del 2002 ha tenuto una conferenza dal titolo “El cante. La creación de un nuevo cuerpo lirico y su lenguaje” nell’ambito del programma El flamenco. La necesidad de un encuentro multidisciplinar dei Cursos de otoño 2002 dell’Università di Cadice (Spagna), presso il Museo Archeologico di Jerez de la Frontera.
Dirige dal 2002 la Scuola Faralá di Padova, avvalendosi della collaborazione di maestri ed insegnanti di diverse esperienze e provenienze.

PRINCIPALI PRODUZIONI E DIREZIONI ARTISTICHE:
2001: ¡Vámonos pa’ la Feria!
2002: Tres Andalucías
2004: Córdoba, la bella – Flamenco Puro
2005: Dulcinea de La Mancha (IV Centenario Don Quijote)
2006: Colores flamencos
2007: Aires flamencos – Otros aires flamencos
2008: Perfiles – Tierra y flamenco
2009: ¡Flores!
2010: Magia flamenca
2012: Tierra flamenca
2013: Desfile flamenco – Carmen Ballet flamenco – Labirinti. Omaggio a Federico García Lorca (collaborazione)
2014: Un sogno andaluso (collaborazione) – Recuerdos Ballet flamenco – prossimamente: 13rosas (in preparazione)

Tutto è iniziato…
Quando mio padre, di fronte alla culla dell’ostetricia che mi ospitava da qualche minuto, vedendomi tutta scura e con i capelli lunghi, decise in extremis di cambiare il nome previsto in ‘Manuela, un bel nome spagnolo’: un’intuizione che mi avrebbe segnata per sempre. Questo e gli abiti a volants ‘da spagnola’ che nonna Ida mi confezionava per Carnevale sono stati il marchio indelebile che mi ha accompagnato in ogni dove e che ha determinato le mie pulsioni e scelte di vita.
Sarebbe passato molto tempo prima di iniziare sul serio. Emulare quel mondo così affascinante, denso di colore, di musica, di ritmo fisico non è stata cosa semplice in una città grigia, fatta di nebbie, di pioggia, di cielo coperto, di gente ingessata dietro una maschera di perbenismo quale era la Padova degli anni Ottanta e Novanta.
Nel 1988 feci il mio primo viaggio attraverso l’Andalusia. Una sera, gli organizzatori ci portarono in un cortijo in provincia di Cordoba e lì, durante una cena da turista e con l’incitamento da qualche bicchiere di sangria di troppo, mi ritrovai in una specie di tablao all’aperto, tra due ballerine dagli abiti a pois e mi misi a imitare le loro movenze – credo fossero da sevillana -, non so se con criterio o se derisa da qualche esperto locale. Una volta tornata a casa iniziai a cercare un corso ma senza successo perché, a quel tempo, il flamenco quasi non si conosceva in Italia. Nel 1994 mi iscrissi e frequentai per qualche mese un corso che però non mi convinse, e lo abbandonai. Finalmente, il 16 novembre 1995, entusiasta della proposta, potevo muovere i miei primi passi da allieva con addosso un paio di alte scarpe da passeggio e con una gonna damascata, scucita da un abito indiano di garza.
Quelli erano gli anni dell’università e spesso me ne andavo in Spagna per lunghi periodi. Così, conobbi più da vicino la realtà didattica e l’offerta culturale madrilena o andalusa. Tutti i miei risparmi andavano a parare nelle iscrizioni ai corsi del Centro ‘Amor de Dios’ di Madrid, nelle diverse scuole di Jerez, negli spettacoli sparsi in terra spagnola, nei tessuti da acquistare a metro o in scampoli, in fiori, orecchini, mantones, scarpe dai colori sempre nuovi e sgargianti.
Quando ci fu da sostituire un’ insegnante nei corsi della mia città, lo feci. Ed eccomi qui, a distanza di quasi vent’anni e con una mia scuola che mi tiene bene ancorata al territorio e agli affetti.

Quando hai capito che il Flamenco sarebbe stato la tua professione?
Non l’ho ancora capito perché non lo considero una professione. Per me è il gioco più appassionante che esista.

Hai mai pensato di non farcela?
No, non si tratta di una sfida.

Chi sono i tuoi punti di riferimento?
Antonio Gades e Cristina Hoyos.

Quante ore alla settimana dedichi allo studio?
Otto-dieci ore.

Quanto ha influito il flamenco nelle tue scelte personali?
Le ha determinate.

Se tornassi indietro quali sono le cose o le scelte che non rifaresti?
Condividere l’organizzazione di una scuola con troppe persone.

Qual è stata, se c’è stata, la più grande difficoltà che hai incontrato per raggiungere i tuoi obiettivi di artista?
La mancanza di finanziamenti e la scarsità di proposte da parte delle istituzioni locali. Nel mondo dello spettacolo vige l’iniziativa privata. Lo considero una grossa tara in un ambiente che, al contrario, dovrebbe fare delle manifestazioni culturali la propria bandiera.

Quali sono le tue inquietudini d’artista? Cosa ti fa salire l’ispirazione?
Studio, penso e mi adopero per mostrare un altro mondo possibile. L’ispirazione mi viene all’improvviso mentre cammino per strada, faccio la spesa, leggo un libro o guardo fuori dal finestrino del treno. Di solito, mi appare l’immagine di un quadro o il ricordo di un fatto storico o ripenso ai costumi di altre epoche.

Tecnica ed espressività. Che cosa viene prima?
Con un ottima espressività i difetti tecnici si fanno meno evidenti ma bisogna saper fingere.

Ti senti più artista o più insegnante?
Non mi sento artista. Mi piace insegnare e inventare sempre nuove coreografie e spettacoli.

Qual’è il messaggio che vorresti trasmettere ai tuoi allievi?
Ascoltatevi, rimanendo un po’ da soli, e imparate e riconoscere i vostri desideri. Poi seguiteli con un pizzico di ambizione ma tenete sempre presente che gli altri hanno molto da darvi.

E quale al pubblico? Quale tipo di pubblico vorresti conquistare?
Accomodatevi meglio che potete nella poltrona del teatro e lasciatevi andare, cullati dalle musiche e dai colori. Vorrei conquistare un pubblico puro di sentimenti.

Qual’è il tuo rapporto con gli altri colleghi?
Nel mondo del flamenco si è raramente colleghi.

Quali sono i tuoi progetti attuali?
Rinnovare la sede della mia Accademia e proporre più repliche degli spettacoli che abbiamo pronti attualmente: Carmen, Recuerdos e Un sogno andaluso. Omaggio a Federico García Lorca. Inoltre, sto predisponendo un nuovo spettacolo che vedrà sul palco moltissimi ballerini…

C’è stato un momento della tua carriera particolarmente emozionante e per questo indimenticabile?
Quando abbiamo rappresentato Carmen: un progetto che avevo a cuore da tempo, da quando mio padre aveva perso mia madre e si era ammalato. Quando abbiamo iniziato a montare lo spettacolo, lui era entusiasta. Quando abbiamo debuttato, lui non c’era più.

E che cos’è che non hai ancora fatto ma che speri un giorno di fare? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Per il momento sono felice per quanto siamo riusciti a fare in questo lungo percorso fortuito. Vorrei continuare ad avere le energie che mi hanno accompagnato fino ad ora e a vivere nel sogno realizzato.

Qual’è l’artista/collega (bailaor, cantaor, tocaor) della scena attuale che più corrisponde al tuo gusto e che più ti emoziona?
Mi emoziona Eva ‘La Yerbabuena’ ma ammiro le scelte coreografiche di María Pagés. Come cantaor/a scelgo Miguel Poveda e Carmen Linares e come chitarrista, Vicente Amigo.

La tua meta ideale: Sevilla, Jerez, Madrid o…?
Preferisco la dinamicità di Madrid.

Tradizione o modernità?
La tradizione deve modernizzarsi o rischia di scomparire perché il pubblico ora guarda all’attualità, poco al futuro, e, in generale, non conosce in profondità il passato.

Pensi che ‘il Duende’ sia solo una prerogativa del popolo gitano o spagnolo?
Assolutamente no. Lo ‘spiritello’ è il Patrimonio Immateriale dell’Umanità: una sensazione che, se educati alla sensibilità e se ben sollecitata, è riconoscibile da chiunque.

Il tuo più grande difetto e il tuo più grande pregio come artista e come persona…
Non volere mentire.

La prima letra che ti viene in mente…
“Malvaloca / qué bien te pega este nombre / quién te puso malvaloca / malva porque eres buena / loquita porque quieres a un hombre / y ese hombre quiere a otra.” (fandango natural)

A che cosa pensi un momento prima di salire sul palcoscenico?
Che mi piace ballare.

Le emozioni che provi mentre balli …a cosa pensi?
Sento e ascolto la musica in tutta la sua essenza e sono cosciente della presenza del pubblico.

Ti capiterà di salire sul palco e non avere voglia di ballare, voglio dire… immagino che quando diventa un impegno possa succedere. Come te la sbrighi ?
Non mi è mai successo. Se e quando succederà, forse, dovrò prendermi una pausa dopo aver ballato nel miglior modo possibile.

Bailaora solista su di un palco. Chi vorresti con te come accompagnamento al cante y al toque?
Aurora Vargas, dalla voce senza filtri, e Pascual de Lorca, dal tocco raffinato e che proviene dal cuore.

Cosa pensi invece del baile in compagnia? Sia come ballerino che come spettatore.
Ritengo che sia la migliore proposta d’intrattenimento per uno spettacolo di lunga durata e adatto ad uno spazio teatrale di ampie dimensioni.

Il palo che ti rappresenta di più o quello che pensi sia più rappresentativo per il tuo baile.
Mi sento a casa ‘por alegrías’, a mio agio ‘por peteneras’ e ho bisogno, di tanto in tanto, di una ‘soleá’.

Ascolti altri generi musicali oltre al flamenco? Se sì quali?
Ascolto fado, morna e musica classica. Adoro il valzer viennese.

L’ultimo libro che hai letto?
Alice Munro, Danza delle ombre felici e Isabella Paglia, Dante Pappamolla.

La tua giornata ideale?
Insegnare lo spagnolo di mattina, leggere qualche pagina di un libro dopo pranzo, scrivere di pomeriggio, allenarmi in serata ma non tutte le sere, abbracciare il mio compagno sempre, pensare prima di dormire.

Qual’è il momento della giornata dove ti senti maggiormente creativo?
Di pomeriggio, verso le sei.

Un consiglio per i nostri lettori che vogliono fare del flamenco la loro professione:
create un metodo personale, partecipate a stages di tanto in tanto, andate a vedere molti spettacoli. Sappiate attendere.

Il tuo segreto inconfessabile …
Non ne ho più.

Il tuo compagno/a ideale: dentro o fuori dell’ambiente flamenco?
Fuori, per parlare anche d’altro.

Il flamenco in una parola…
Nochedelunallena (nottedilunapiena).

Grazie a Manuela. Per chi volesse approfondire: 

Videos:

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