Pastora Imperio

“…Tras las alegres vueltas de un paseo
ostentación del garbo y la majeza
la bella danza a dibujar se empieza
con valiente y armónico braceo.
Fingen las manos mágico aleteo
muévese altiva la gentil cabeza,
y corre un impulso de fiereza
el cuerpo aquel que modeló el deseo.

…y del postrer desplante al recio empuje,
ruedan los peinecillos y las flores
por el tablado, que a sus plantas cruje…”
Serafín y Joaquín Alvarez Quintero

Pastora Imperio, nasce il 13 Aprile del 1885 a la Alfalfa, barrio popolare di Sevilla, nella stessa casa in cui venne al mondo il torero El Espartero, come lei stessa amava ricordare. Figlia de La Mejorana e del sarto per toreros Víctor Rojas, è passata alla storia per i suoi bellissimi occhi verdi e una maniera unica di muovere le braccia, a detta anche della maestra del baile sevillano Matilde Coral. È bisnonna dell’attrice spagnola Pasion Vega. Ai dodici anni era conosciuta como Pastora Monje, successivamente come Pastora Rojas e infine come Pastora Imperio. Il suo reperorio era molto ampio, recitava, cantava e ballava qualsiasi tema del folclore spagnolo. Aveva 12 anni quando la famiglia si trasferì a Madrid, in una casa in calle Jardines, di fronte al Café de la Marina, nel quale fece i suoi primi passi un’altra immortale Pastora, la Niña de los Peines. La futura bailaora, appena poteva attraversava la strada e andava ad ascoltare la piccola cantaora. Nello stesso immobile in cui vivevano i Rojas, Isabel Santos aveva un’accademia di baile, dove Pastora prese le sue prime lezioni. Debuttò nel Salón El Japonés, nella calle Alcalá nel 1904, con Mariquita la Roteña. Insieme erano chiamate le Hermanas Imperio. Divenne quindi  artista di varietà e ballò il Vito e la Jota. Fra i primi spettacoli ci sono Juerga andaluza, insieme ad Adelita Lulú, Sangre Torera e El acordeón chico. E fra le canzoni La nieta de Carmen, La pena, pena, El Garrotín, La cascabelera, ¡Viva Madrid!, La reina de Lavapiés, Soy de Madrid. Il successo fu grande e presto fu contrattata dall’Actualidades, accodandosi agli artisti più conosciuti del momento come Amalia Molina, La Argentinita, La Oterito, La Fornarina, La Chelito, ballando Farruca e Garrotín e facendo divenire popolare il cuplé de Montesinos e Badia. (Luis! Luis! Luis! Por Dios, no aprietes tanto! Luis! Luis! Ten compasión de mí, pues con tanto ejercicio me vas a consumír). È nel Café Atualidades che gli viene dato il suo definitivo nome artistico, attribuitogli  da Jacinto Benavente, che vedendola ballare disse “Vale un imperio la niña!”. Benavente disse che lei era “la scultura di un incendio” spiegando così l’affermazione: “Le sue carni bruciano con il fuoco dell’eternità e il suo corpo è il pilastro di un santuario, palpitante come consumato da un fuoco sacro… Quando vediamo Pastora Imperio la vita sembra più intensa“.

Ramón Pérez de Ayala, vedendola ballare agli albori disse: “Era solo una ragazzina, una bambina energica. Arrivava sul palco vestita di rosso: abito, pantaloncino, calze e scarpe. Fiori rossi fra i capelli. Una fiammata. Iniziò a ballare. Tutto divenne furore e vertigine; allo stesso tempo, tutto era ritmico e misurato. In mezzo a quella spirale di movimenti, qualcosa di fisso capta l’attenzione, sono due pietre preziose,  due enormi e infuocati smeraldi: i suoi occhi. Gli occhi verdi captavano e fissavano lo sguardo dello spettatore. Fra nebbia e vertigine, come in estasi, faceva girare la testa con quegli occhi“. Nel 1906 andrà a lavorare al Gran Kursaal, e facendo quindi il suo primo giro di Spagna. Nel 1909 debutta a La Habana e in Messico, e nella sua carriera anche diversi altri paesi del LatinoAmericaUno dei momenti più sognati della vita di Pastora Imperio fu il suo matrimonio con Rafael el Gallo. Entrambi famosi, lei nella canción e nel baile e lui come torero, il loro matrimonio fu un evento sociale. Dopo qualche mese e senza spiegazioni pubbliche i due si separarono. Dicono che mai più si rivolsero la parola. Il pittore Ramón Gaya la ricordava nella sua apparizione nel 1933 in un teatro di Madrid, quasi vecchia e grassa: “Sul fondo era stata dipinta la Giralda, olio su seta, di pessimo gusto; Pastora salì in scena con le sue famose braccia distese e la postura statuaria, strafottente, tipica del flamenco. Era di un’arroganza miracolosa, unica, e non aveva, come Carmen Amaya o altre bailaoras o bailaores, nessun aspetto demoniaco; non era un’arroganza insolente, ma allegra e evocativa. Mi accorsi in seguito che ero di fronte a qualcosa di irripetibile; compresi che con Pastora non si trattava di ballare bene; compresi che si trattava del modo di fare, del modo di essere. Pastora è irripetibile“. L’arte di Pastora Imperio era singolare. Diceva che “ballare, o ciò che si chiama danzare, deve avvenire dai fianchi in su“. Si parla sempre in primo luogo delle sue braccia e della sua bellezza senza uguali. I movimenti delle braccia li aveva ereditati dalla madre. Pilar López ricorda le braccia della Imperio comè il suo più grande valore artistico: “Pastora era una donna bellissima,  con delle braccia talmente meravigliose che bastava che muovesse la testa per ballare…. E in merito alla sua bellezza, già vederla in scena era uno spettacolo. Se indossava una bata era come un monumento. Aveva una prestanza, una presenza… con Bata de cola e con Mantón era un monumento“.  Fu musa di generazioni di intellettuali. I poeti le dedicarono versi, i pittori, per esempio Julio Romero de Torres, la dipingevano nei loro quadri. Eugenio Noel le dedicó paragrafi fra i più appassionati che uscirono dalla sua penna,  nel bene e nel male. Negli anni ’50 Pastora montó un tablao a Palamós, con il torero Gitanillo de TrianaAndò poi a Parigi. Qui conobbe Rafael el Gallo, suo grande amore e futuro marito,  che iniziò a corteggiarla. Ottenne anche qui un grande successo ballando por Farruca, Garrotín e Tangos nei quali sembrava eccellere. Un anno dopo il matrimonio, nell’aprile 1912, fece ritorno al Teatro Romea di Madrid, in uno spettacolo nel quale intervennero anche Raquel Meller e Tórtola Valencia. La fama si consolidò definitivamente nel 1915 quando fu protagonista ne El amor brujo di Manuel de Falla. È sicuro che se questi non avesse conosciuto Pastora non avrebbe composto El amor brujo e non avremmo saputo che strada avrebbe preso il flamenco. Lo stessò Falla raccontò che i tre mesi in cui compose, accompagnandosi quasi ogni giorno con Pastora e la madre che gli cantavano coplas e recitavano Romances, furono fra i momenti più felici della sua vita. Fu presentato il 15 aprile 1915 al Teatro Lara de Madrid e 10 anni più tardi Imperio Argentina, fece trionfare quest’opera a Parigi. A questo spettacolo parteciparono anche La Mejorana e suo fratello e chitarrista Victor Rojas.

A Madrid compró il cabaret El Duende, a cui mise il nome di Gitanillo’s. L’ultima volta che Pastora Imperio calcò una scena di teatro fu allo Eslava nel 1958, con un’opera montata da Luis Escobar, dove cantava una canzone intitolata El morrongo. Intervenne in diversi film tra cui ricordiamo La danza fatal (1914); La reina de una raza (1917); María de la O (1936); La marquesona (1940); ¡Canelita en rama! (1943); El amor brujo (1949); e Duelo en la cañada (1959). Per le opere teatrali ricordiamo ¿Dónde vas, Alfonso XII? (1957), di Juan Ignacio Luca de Tena.

Un baile suggestivo, unione  di una grazia esplosiva, maestosità, temperamento. A volte scherzosa, focosa e “picaresca”, altre solenne e statuaria. Muoveva le mani con un’insolita delicatezza e sapeva dare alle figure della danza una particolare bellezza. Il suo contributo alla danza spagnola e flamenca fu riconosciuto con importanti premi. Nel 1957 ricevette el Lazo de Isabél la Catolica e nel 1964 fu premiata con la Medalla de Oro de la II Semana de Estudios Flamecos de Málaga. Nel 1967 ricevette l’XI Potage Gitano de Utrera. Morì a Madrid a 94 anni. Era il 1979. A Sevilla non poteva di certo mancare il monumento alla ballerina sivigliana di flamenco più famosa di tutti i tempi. Si trova nella centralissima calles Velazquez y O’Donnell e si raggiunge facilmente da Plaza Nueva. Il monumento è un mezzo busto della ballerina immortalata mentre danza, adagiato sopra un piedistallo di marmo rosa.

José María Carretero, la intervistò per includerla in uno dei articoli, Lo que sé por mí, pubblicato da La Nación il 25 luglio 1918. In questa, l’artista parla dei suoi inizi come bailaora e canzonetista, parla di sua madre e suo padre e ovviamente del grande amore della sua vita Rafael el Gallo.

– Sediamoci, Pastora, sediamoci qui.
È Pastora ad accendere la luce. Una luce che molestava gli occhi e toglieva la libertà d’espressione e dei movimenti.
-Anche se mi pare che sia sufficiente la luce del giono —dissi io.
-Ah!, sí? —escalmò l’artista, e andò automaticamente a spengerla.
Il giorno finiva; ma dalla finestra, che cadeva su calle de Alberto Aguilera, entrava ancora una luce dolce, con la quale era ancora possibile leggere e con cui un pittore avrebbe potuto dipingere il verde dei belli e misteriosi occhi della gentile artista gitana.
-Megli così –affermai io compiaciuto—. Questa luce tenue ha un incanto insostituibile- E’ la luce del peccato, ma anche delle grandi sincerità. Con questa l’anima si sente più espansiva, più libera, perchè si crede sola, senza il disturbo e la miseria del corpo.
-Hai ragione —disse Pastora—si vede che anche voi sentite l’arte.
La Stella si esprimeva con un delizioso accento andaluso, che come una musica che provenisse da quei luoghi mi riportava alla mente i patios sevillanos e le ragazze di Triana. Non esagero nel dire che la parlata di Pastora Imperio suona come una chitarra, profuma di gelsomino, chiodi di garofano e manzanilla. Ci lasciamo cadere sopra un magnifico divano turco coperto di pelle bordata, di fronte a noi un piano circondato da ritratti. Di fronte a noi, conversano fra risate e allegria, la famiglia di Pastora —le bellissime María e Gabriela, cognata e cugina dell’artista e suo fratello Víctor — e ancora i suoi amici Antonio de Hoyos, il Conte de las Mazas e Pepe Campúa.

-¿Dove sei nata, a Sevilla?
-Nel barrio de la Alfalfa e nella stessa casa del Espartero.
-Suo padre?
-Uy!… Mio padre era un sarto molto conosciuto, che faceva abiti per toreros. Cúchares non vestì altro che gli abiti che gli fece mio padre. Come anche Reverte e Bienvenida. Non ricordo bene, ero molto piccola.
– E Rafael, anche lui?
Pastora si strinse un pò, girò gli occhi e sospirò lieve, quasi impercettibilmente.
– Sí, anche; da piccolo, ricordo di averlo visto.
Fece una pausa corta, e proseguì:
-Mia madre era La Mejorana, la migliore artista del baile flamenco mai stata nei tablaos; colei che ha mosso le braccia con più “gusto” nel mondo. Da lei nacque il baile flamenco. Lei è stata l’albero da cui è nato questo piccolo ramo che le somiglia, nel bene e nel male. Stavamo bene ma poi dovemmo venire ai Madriles perchè mio padre si ammalò e dopo non so ma iniziammo una serie di privazioni e dolori.
-Quanti anni avevi?
-Avevo 11 anni e vivevamo nella calle de la Aduana, sopra l’academia de baile di Isabel Santos. Lì è iniziato tutto! Io finché non capi che li dentro si muovevano i piedini e si suonavano i palillos, non vivevo e non lasciavo tranquillo nessuno. Se stavo salendo le scale e sentivo ballare, mi piantavo sul posto e mi mettevo a battere i piedi in terra. Un giorno mi presero fuoco i vestiti, perchè passeggiavo sotto casa con il lume a petrolio fra le mani, e sentendo un Bolero provenire dall’accademia, mi misi a saltare con il lume e tutto e ovviamente presi fuoco. Una paura!
-Cosa dicevano i tuoi genitori di questa passione?
-Mio padre mi diceva che mi avrebbe rotto un piede perchè non saltassi in quel modo.
Ridiamo.
-Ma a te non faceva paura questa affermazione.
-Ero matta! Un giorno mentre salivo le scale, arrivò un signore e mi chiede dell’accademia di baile. Mi disse che era D. José Fernández, di un teatro che si chiamava Japonés, dove andavano le ragazze a ballare. Approfittai dell’occasione e con la scusa di accompagnare il signore mi infilai nell’accademia. Ay, madre de mi alma! Quel giorno nacque in me l’idea d’essere un’artista. E impazzii completamente. In una festa non so chi mi spinse a ballare. Io senza farmelo dire due volte ballai qualche Sevillanas e lasciai a bocca aperta l’insegnante. “Però, chiquilla, come hai fatto questa cosa?” —ricordo che mi chiedeva—. E io non sapevo rispondere, poichè nessuno mai mi aveva insegnato un passo di danza e lo facevo senza metodo alcuno, per intuizione. A casa continuavamo a passare momenti molti difficili e così un giorno dissi a mia madre “Da oggi mi occuperò io di questa casa”. Dovemmo convincere mio padre; gli parlò la maestra di danza e alla fine mi unii ad una ragazza che si chiamava María formando una coppia che Saint-Aubín battezzò col nome di Las hermanas Imperio e debuttammo al Japonés.
-Quanto ti pagavano?
-Cinquanta reali al giorno.
-Non era male—commentai.
-Si; però durò davvero poco, perchè il secondo giorno, Liniers, che era governatore di Madrid, ci sospese perchè non avevo neppure 14 anni; per qualche tempo ci dettero 30 reali al giorno e mossò da pietà, vedendo che con il mio lavoro non facevo male a nessuno, mi lasciò esercitare. Rimasi alcuni mesi al Japonés, poi andai al Actualidades perchè mi offrirono 3 duros. Il resto lo sa tutto il mondo, ma ciò che ti racconto è la verità.
-Quindi sin da piccola, hai dovuto lavorare e guadagnare.
-Non devo niente a nessuno.
-Pastora —permettimi di obiettare—si dimentica del tempo in cui è stata sposata.
-Non ho avuto neppure il tempo di capire che lo ero—mi rispose veloce.
E divenne un pò triste.
-E dopo? Qual’è stato il miglior compenso che è riuscita ad ottenere?
– 1200 pesetas a notte.
-Qui?
-No, in America.
Rimase in silenzio e poi aggiunse:
-Sono l’artista meglio retribuita di sempre.
-Quanto?
-Non so! Molti soldi. Ho quattro case da sostenere. Sono una persona modesta, ma la cosa a cui tengo di più è avere una macchina che mi porti ovunque.
-Quanti soldi hai da parte?
-Tipo 600.000 pesetas. Mi piace poco mettere da parte, perché sembra che sia già anziana. Questi 600.000 pesetas penso di spenderli nei prossimi giorni perché i poveri non dimentichino quest’artista e questa donna così disgraziata.
-In cosa?
-È un progetto. Mi regalano terreni a Chamartín de la Rosa e vorrei far edificare una casa per vecchi e poveri. Sono coloro che mi fanno più pena. E prima di morire voglio fare qualcosa per rimediare a tutta questa miseria. Mi da veramente tristezza girovagare con la mia macchina nelle notti fredde e vedere queste persone buttate di fronte ai portoni o dentro ai cartoni.
-Però, Pastora, così resta senza un centesimo.
-Che importanza ha? Finchè il pubblico viene a vedermi guadagnerò 20.000 duros all’anno e quando sarò vecchia me ne starò a casa, e come mi vedrete ridere!”, esclamò sospirando e ancora –È impossibile che finisca in un convento. A me, giuro, non importerebbe di lasciare domani la mia famiglia, stanze che bastino a vivere e a passare dalla scena al chiostro e da lì non uscire mai più. Alla fine non cambia niente per me viaggiare o no. Sono come fatta di marmo. Lavoro per dimenticare.
-E ci riesci?
-Non lo so!
E i begl’occhi di Pastora iniziarono a brillare intensamente.
-Povera Pastora! —mormorai io—. Continui ad essere innamorata. Voi non siete una donna, siete la traccia del passato.
L’ artista volle dissimulare ed esclamò:
-Di cosa sono innamorata, dopotutto… Andiamo, voi state peggio!
-Ah! Dunque lei non si rammenta di Rafael?
-Tutto ciò che si ricorda lui di me, io lo ricordo di lui. Tutto successo come una tempesta. Tutto in una vita passata. Se muore la madre di qualcuno si può vivere dopo! Rafael e io siamo più tranquilli così; io chiedo solo al Cristo del Gran Poder che non gli succeda niente e che sua madre viva a lungo per la sua stessa tranquillità. E siccome io sono influente nel cielo, a forza di parlare ogni notte con santi, sono certa che sua madre vivrà tanto quanto la mia.
Le ultime parole di Pastora furono dette con certezza ma io non potetti comprenderle. E restano così.
-E mi dica Pastora, siete certa che voi due non tornerete insieme?
-Sicurissima. È molto triste, molto triste pensarlo; lui morirà lontano da me e io lontano da lui. Insieme mai.
E l’artista appassionata si mise a piangere in silenzio. Con il suo fazzolettino di pizzo, profumato di ambra, raccoglieva le lacrime e singhiozzava in silenzio perchè non se ne accorgesse il fratello Víctor.
-Ci sono stati uomini che le hanno parlato d’amore in questi cinque anni in cui è stata in giro per il mondo?
-Nessuno. Sembra una menzogna, però giuro che è la verità. Ho un sacco di amici ma mai nessuno mi ha parlato d’amore. Si sente da lontano che profumo di onestà. Perchè noi gitani, non sappiamo amare che una volta. E ci leghiamo ad una persona in un atto religioso; se ti sei sbagliato, come ho fatto io, non resta altro che consumarsi dal dolore.
-E se uno di questi giorni le porto Rafael?
Rise amaramente.
-Può darsi che la uccidiamo. Senta ho 26 anni; se la vita me ne desse 100, li vivrei tutti senza parlare con questo uomo, per cui sono scappata di casa, che è la cosa più ardita che può fare una buona donna.
In cucina ridevano. La mobilia iniziava a perdere dettagli e nitidezza, io domandai:
-E di questi infelici artisti che combattono, che cosa mi dice?
-Che devo dire? Che è ciò che desiderano! A tutto questo, che per me ha poca importanza io normalmente rispondo con questo:

Yo soy de otro pueblo;
no conozco a nadie;
la persona que me haga algo bueno,
que Dios se lo pague.

E la geniale, adorata, romantica artista continuò a piangere.

Concludiamo con due piccoli estratti a descrizione di questa artista. Il primo è liberamente  tratto da Àngel Àlvarez Caballero, El Baile flamenco, nel capitolo Lo que hay en los bailes de Pastora Imperio.
“Pastora è una donna arrogante e brutta. Ha delle narici che non si accostano bene ai sui occhi. Non abbiamo le narici che vorremmo, ma quelle che il carattere forgia. Queste narici sono la chiave di lettura dell’anima della Imperio. La sua energia potente, il suo essere brusca, la sua forza incosciente sono lì, in questa traditrice narice che concorre allo smorzare la bellezza del viso. C’è fuoco nei suoi occhi, la notte nelle sue sopracciglia, ebano nei suoi capelli, carne nel suo corpo, arroganza nelle sue forme. Canta e ascoltandola cantare scopriamo che le parole sono contrapposte ai lineamenti del viso. Il viso è grande, c’è molto spazio fra le narici e la bocca. Il labbro superiore è enorme e quello inferiore piccolo; delinea una bocca particolare presuntuosa e di una femminilità aggressiva. Non trovo in lei né bellezza né arte. C’è invece gitanismo, mascolinità, toreria, aggressività; c’è primitivismo, istinto e sangue, tutto meno che arte. È graziosa ma non è bella, la bellezza non si discute. Ha una voce roca, indossata, decomposta. Probabilmente si canta così nelle orgie e nei funerali gitani: una voce mascolina, scaldata dall’ansia di un non so cosa di assurdo, che assomiglia ad un ruggito felino. Sembra cantare perché una presenza lontana gli manda la voce. Strazia, rompe, graffia, cretta, striscia sullo spirito di chi l’ascolta. La Imperio ha una voce che fa male. Il suo amore è carnale e carnivoro. Gli occhi si chiudono per non guardarla, per non vedere come quegli occhi lancino fuoco, un fuoco d’ira, rancore, vendetta e rinuncia. Non c’è niente di più terribile delle sue mani increspate nell’aria, ridide, crudeli. Quando si muove porta con sé la musia, la canzone, il pubblico e il suo stesso cuore. Lo spreme e dopo non resta nulla. Fa sentire male! quella non è una copla di musica viva, è la vita stessa. Lacera vedere la Imperio. Non nascerà presto un’altra donna nella cui anima si nasconde il genio intero della Spagna sentimentale. Non mette in quello che dice un solo atomo di arte, mette la sua volontà. Indomabile, ferrea, brutale, ruvida, gitana. Il suo baile è antiestetico, macabro, lussurioso, infame e formidabile. È una danza orrenda di sentimento passionale, senza nessun freno. Se ballasse scalza si strapperebbe via i piedi. È un baile di marcia, nel sentimento vero della guerra, è un baile torero nel sentimento sanguinoso dell’aggettivo. Per ballare così bisogna abbondonarsi all’istinto che si controca, zapatei, si torturi e sogni. Il suo baile apre davanti a noi una plaza de toros, un giorno di sangue” di Eugenio Noel in Escenas y andana de la campaña antiflamenca.

“Gli intenditori criticavano a Pastora il suo essere impura. Non venne mai compreso che Pastora non poteva avere alcun rispetto per la propria autenticità, per la sua purezza, poiché la superava, la surclassava, la sottometteva…non poteva neppure stilizzarsi. Pastora non incarnava la riproduzione fedele come la Macarrona, né la stilizzazione coma la Mercé, perchè lei era spirito. E un grande spirito non acetta prigioni, è libero, oltre ogni compromesso morale e estetico. Pastora non aveva bisogno di comportarsi in maniera pura per esserlo. Non lo era fuori ma dentro, dove regnava la sua invulnerabilità poiché la sua purezza non era, come in tanti altri, un semplice stato d’astinenza.  di Ramon Gaya in Sentimento y sustancia de la Pintura.

Per approfondire:

Fonti web e Bibliografia:

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